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La motivazione (Psicologia dello sport)

La motivazione: non si tratta mai di goal, set o centimetri, lo sport è come la vita, una questione di emozioni.
Se scomponiamo il termine motivazione otteniamo “motivo all’azione”, cioè siamo motivati quando abbiamo un motivo per fare qualcosa. Uno sportivo dovrebbe essere una persona fortemente motivata, ma a volte non è così. Ad esempio, il tennista svedese Bjorn Borg si ritirò dalle gare a soli ventotto anni, affermando di non avere più motivazioni per continuare a gareggiare, infondo aveva vinto quasi tutto ciò che si poteva vincere ed era molto ricco e famoso. Ma, in realtà, il fatto di essere uno sportivo professionista e di guadagnare tanto denaro non è una condizione sufficiente per sentirsi sempre motivati, c’è bisogno anche di altro. Un giocatore come Zidane, che ha vinto il campionato del mondo, il titolo europeo, lo scudetto, la Champions League, il pallone d’oro come migliore giocatore dell’anno, e che guadagnava da calciatore qualche decina di milioni di euro all’anno, che ha vinto tutto ciò che si poteva vincere, realizzando il suo sogno, eppure in ogni partita, scendeva in campo con una grinta e una voglia di vincere, sempre motivato. Questa è la natura di un vero campione: vinto un campionato, ne vuole un altro e un altro ancora. Qualsiasi persona che si chiami Zidane, Ronaldo, Valentino Rossi, è un essere umano con le sue passioni, i suoi bisogni, le sue debolezze, e la motivazione va rinnovata di giorno in giorno. Tutti gli individui cercano di soddisfare i propri bisogni fondamentali, ma non solo per denaro, per la fama o per ottenere potere, il vero motivo è che tutti vogliono provare emozioni, sentirsi importanti, amati, sicuri, felici. Le emozioni sono alla base di ogni nostro intervento. Quindi se si vuole motivare qualcuno, bisogna far leva sulle emozioni, ma non ci si riferisce a vincere una gara, ma alla soddisfazione di vincerla quando nessuno ci sperava più, alle emozioni che si proveranno il giorno in cui si festeggerà tutti insieme nello spogliatoio. Non si tratta mai di goal, set o centimetri, lo sport è come la vita: una questione di emozioni.
Lo spirito di squadra: non basta mettere insieme dei singoli individui per fare una squadra, per quanto possano essere persone di talento, se non sono affiatate e disposte al sacrificio reciproco, la squadra non renderà mai come potrebbe.
E’ come la differenza tra un sacco pieno di pezzi del motore di un’auto e un motore montato e perfettamente funzionante: non basta mettere quei pezzi insieme per dire che si tratta di un motore, ma devono essere montati e messi nelle condizioni di muoversi in perfetta sincronia tra di loro. L’obiettivo comune deve essere prioritario rispetto a quello dei singoli. Se all’interno della squadra ognuno cerca di soddisfare i propri interessi personali, a scapito di quelli del gruppo, la squadra non potrà viaggiare mai al massimo e difficilmente raggiungerà i suoi traguardi. Il primo passo verso la creazione di un team vincente è assegnare il primo posto nelle priorità agli interessi del team. La sconfitta in una competizione, può essere causata in parte, dalla poca unità del gruppo, in cui i membri singolarmente sono molto forti e preparati, ma insieme non hanno lo spirito di squadra, necessario per vincere una partita. Quindi, a volte, durante un incontro la vittoria va alla squadra meno forte tecnicamente ma più compatta, rispetto ad una squadra con giocatori con un profilo eccellente, ma con poca coesione di gruppo. Un team compatto e disposto al sacrificio per il successo della squadra è più propenso alla vittoria. Anche se un giocatore è bravissimo c’è sempre qualcosa in cui è meno abile, e tramite il gioco collettivo si riesce a far emergere il meglio di ognuno, sopperendo ai suoi difetti con le doti di un altro. Un gioco di squadra che non faccia questo applica una tattica sbagliata. Per restare in un gruppo, un individuo deve intravedere la convenienza dello stare nel gioco di squadra, traendo maggiori benefici personali giocando insieme ai compagni, che nascondono i sui difetti ed esaltano i suoi pregi. All’interno di una squadra i ruoli devono essere ben definiti, in funzione del tipo di gioco che si vuole fare e dalla tattica che si intende applicare, ad esempio, è
inammissibile che un terzino vada a fare la punta soltanto perché il centroavanti non segna. Questo implica accettare anche i limiti, i difetti e gli errori dei compagni. Ciascun giocatore deve avere e rispettare il ruolo assegnatogli dall’allenatore. Julio Velasco, allenatore di pallavolo e dirigente sportivo argentino, definisce il ruolo di quest’ultimo: << Uno non è un grande allenatore quando fa muovere un giocatore secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna ai giocatori a muoversi per conto loro. L’ideale assoluto, che come tale non è mai raggiungibile, viene nel momento in cui l’allenatore non ha più nulla da dire, perché i giocatori sanno già tutto quello che c’è da sapere. Tutti devono conoscere, oltre alla tecnica, come si gioca, cioè la tattica >>. E’ necessario fare una distinzione tra capo e leader: la leadership si guadagna con il consenso, instaurando un’autorità morale che gli consente di gestire la squadra. Il leader lo stabilisce il gruppo, non ha un ruolo assegnato da un organigramma. Mentre il capo fa parte dei ruoli prestabiliti istituzionalmente, ed il suo scopo è quello di comandare. Egli può perdere la stima dei membri quando non rispetta i ruoli altrui. Inoltre è nei momenti di difficoltà che si vede davvero lo spirito di squadra. Quando le cose vanno bene è semplice rispettare i ruoli, quando, invece, vanno male si innesca un meccanismo basato sul tentativo di dimostrare la propria innocenza, tra mille alibi e giustificazioni. Il problema è che l’errore viene visto come una dimostrazione di incapacità e non come uno strumento di apprendimento.

La rubrica di approfondimento su tematiche psicologiche, a cura della Dott.ssa Angela Pagliaro Psicologa, ha l’obiettivo di affrontare temi e problemi che ci incuriosiscono e su cui vogliamo saperne di più, fornendo spunti di riflessione e quesiti sulla nostra vita e sulle relazioni con gli altri. Domande che forse non ci siamo mai posti e che sappiano ampliare i nostri orizzonti, con l’idea di fondo che la conoscenza non sta tanto nelle risposte che ci diamo, quanto piuttosto nelle giuste domande che ci poniamo. Potrete scegliere personalmente il tema da trattare in ogni articolo o porre domande alla psicologa, inviando una email a info@paesenews.it. Questa rubrica ha come fine quello di favorire una riflessione su temi di natura psicologica. Le informazioni e le risposte fornite hanno carattere generale e non sono da intendersi come sostitutive di regolare consulenza professionale. Le email saranno protette dal più stretto riserbo e quelle pubblicate, previo esplicito consenso del lettore, saranno modificate in modo da tutelarne la privacy.
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