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Immigrazione, le “invisibili” ragazze africane costrette a prostituirsi sulle strade italiane

Come detto più volte il nostro paese ha la memoria corta, tende a non vedere, quando poi vede, vede le cose anche in una ottica distorta e miope, di fatto non vede.  Mi riferisco alle invisibili donne di colore (e non solo) che si prostituiscono sulle strade di tutta Italia, che di fatto si vedono, dirà qualcuno; altri diranno anche che lo fanno per scelta, altri che in fondo a queste piace quella vita. Sono le parole che ascolto oggi, che leggo sui media e sui social, ma sono le stesse parole che ascoltavo nel 1992 quando 26enne, cominciai a lavorare nell’ambito pubblico, in un luogo che il gergo definiva e definisce (con amarezza e senza rispetto per genti e luogo secondo me) una terra malavitosa. Tutte le volte che mi recavo e tornavo da lavoro (una sgroppata ogni singola volta di 70 km) vedevo giovani prostitute di origine africana “battere” lungo alcune delle strade che percorrevo; sistematicamente mi chiedevo chi fossero e perché facevano quella vita, quale era la condizione che le portava in quella realtà, perché non scappavano e se ne tornavano a casa o altrove, perché non si rivolgevano alle proprie ambasciate e consolati. Ero giovane ed ingenuo, poco o nulla informato dei fenomeni migratori, oltretutto provenivo da un luogo rurale e lontano da certe realtà. Poi nel tempo ebbi modo di incontrare diverse giovani donne, ricoverate nel nosocomio dove lavoravo, vittime di violenza, ed erano le stesse che a volte vedevo lungo le strade, scoprii parlando con loro la realtà che si portavano dietro, lo sfruttamento, le violenze, le minacce, le botte, mi raccontarono del “sistema” che le gestiva, di come le gestiva, di come divenivano nel giro di 48 ore delle invisibili, talmente invisibili che se le avessero trovate decedute non si sarebbe mai saputo chi erano e da dove provenivano. Sono trascorsi 27 anni, dopo un periodo così lungo si scopre che in tanti divagano sul fenomeno come se fosse una cosa nata ieri. Non nascondo che provo rabbia ascoltando cose senza senso alcuno, mascherate da falsa bontà, che non tengono in alcun modo le situazioni delle persone e del fenomeno. Qualche giorno fa incontravo la comunità Nigeriana nei dintorni del luogo ove lavoro, era un incontro istituzionale finalizzato al coinvolgimento degli studenti nella realtà di una casa protetta, gestita dalla comunità che si impegna da qualche anno a salvare donne dalla tratta. Dal discorso fatto scopro che nulla è cambiato rispetto a 30 anni fa, ma che le persone invece rispetto al tempo hanno stravolto la comprensione del fenomeno. Ma come si crea una schiava invisibile, nonostante la si veda sulle strade. Innanzitutto la “richiesta di mercato”, c’è commercio dove c’è richiesta e la richiesta nel nostro paese è in aumento, le statistiche parlano di un incremento del 10/12%, ma si sospetta si giunga ad oltre il 14%. Le donne giungono attraverso canali “preferenziali” delle rotte africane con un rodato sistema di contatti. Vengono reclutate nelle città e nei villaggi di origine, spesso attraverso la “visione” della giovane (osservata, seguita, valutata nelle potenzialità dell’aspetto)  fatta con oculata attenzione e le proposte vengono “dettate” alle famiglie, spessissimo in modo esplicito, ovvero si comunica cosa andranno a fare in Italia. Al diniego della famiglia si ricorre sistematicamente alla minaccia…..di morte, il rito voodo è invece riservato alle zone rurali ove sembra essere più efficace della minaccia fisica. In altre occasioni si ricorre al raggiro cosa però molto meno attuata. Chi si rifiuta si ritrova sotto due metri di terra, quando va bene, in alternativa in pasto ai pesci in un qualche grande fiume. In un modo o nell’altro si diviene schiavi dal momento che qualcuno ha “adocchiato” la vittima ed il viaggio ha inizio. C’è una “buona novella” in questo però, ci si può comprare la libertà, solitamente dopo circa un quindicennio si può tornare in libertà, con un piccolo gruzzolo di denaro messo da parte dalla “Madame” e qualcosina (pochi euro mensili) passati alla famiglia nel tempo. Nell’arco di questo periodo non si ha la possibilità di avere con se i documenti i quali vengono trattenuti, si lavora indipendentemente dal clima, tra le 8 e le 12 ore giornaliere, con un giorno di riposo settimanale e durante i giorni del ciclo mestruale. La gestione è totalmente nazionale, nel senso che sono propri connazionali a gestire la cosa, con però l’autorizzazione delle malavite organizzate nostrane, le quali concedono i territori, cosa che ho sempre definito come “concessione mineraria” attraverso il pagamento di una tassa. Rivolgersi alle ambasciate? Ah si può fare nel tentativo di liberarsi, ma sistematicamente dopo qualche ora giungono i “proprietari” i quali senza tanti complimenti riportano la merce al luogo di deposito, d’altronde la giustificazione agli occhi della legge nostrana è “non avendo con se documenti non possiamo affermare essere nostri connazionali” e per la nostra legislazione, se eventualmente contattate, dopo la raccolta delle necessarie informazione si consegna un foglio di via, dove si ha un certo lasso di tempo per lasciare il paese e tutto finisce lì. Il proprietario in questo specifico caso (fermo di polizia per retata) sposta la propria merce più a Nord o più a Sud, o più a Est o più ad Ovest, e se proprio ha difficoltà sposta la merce oltrefrontiera attraverso un comodo viaggio di piacere con relativo visto turistico; e se proprio non si ha ciò ci sono mille altri canali. Se proprio infine la questione prende una brutta piega, ovvero la merce scappa più volte, prova e riprova in diversa maniera si va subito al sodo: sotto due metri di terra. Il lavoro delle forze dell’ordine è purtroppo e spesso vano, come dice un mio caro amico “noi ci mettiamo l’anima, ma siamo facilmente intuibili poiché la legge ha certe strade dovute”, la macchina malavitosa viaggia molto più velocemente di quella legislativa. E così vediamo questi invisibili, storciamo il muso poiché disturbano la nostra morale, turbano i nostri bambini, pretendiamo che vengano “messe” in case chiuse, così possono fare il lavoro in modo onesto e pagare le tasse. Che aberrazione ciò, come se una casa di “appuntamento” potrebbe far divenire visibile degli invisibili che debbono essere tenuti nell’invisibilità. Poi diciamo che bisogna mandarli a casa loro, che bisogna aiutarli a casa loro; è vero che il sesso è qualcosa di chimico, che diviene perversione a volte, malattia in altre, ma volete mettere il gusto ed il piacere di possedere, usare una persona nel modo che si vuole, sapendo che deve fare ciò senza potersi rifiutare (perché se non raggiunge la quota giornaliero di guadagno la ammazzeranno di botte),. questo forse facciamo finta di non saperlo, altrimenti si rischia di perdersi il piacere. Ed infine, su mica possiamo mandarli a casa loro, poi come facciamo in questo caso specifico, senza “braccia lavoro”. E dunque forse è il caso che riflettiamo sulla questione, forse ci mettiamo la nostra parte per creare degli invisibili.

P.S. non ho parlato al femminile poiché il fenomeno riguarda anche maschi, riguarda anche gli spacciatori, reclutati in buona parte sapendo e dovendo fare quel genere di lavoro, ma approfondiremo in un’altra occasione.

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