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Media Valle del Volturno – Si può divenire un invisibile anche nella propria terra

Si può divenire un invisibile anche nella propria terra, nella propria cittadina o nel proprio piccolo paese o come li chiamo io, villaggi. Lo si può divenire da italiano dopo averci vissuto per decenni, lo si diviene migrando. Proprio così, dal momento che andiamo via si può divenire ciò, lo si diviene perchè la presenza fisica non c’è più nel territorio, se non con le sporadiche comparse durante periodi di ferie. Si svanisce in molti casi poco per volta, gli anni passano e le persone che restano dimenticano, i rapporti si fanno più lenti e nel tempo svaniscono. Eppure non si vive a volte lontano, ma è l’assenza fisica come detto che porta a tale risultato ed a volte chi torna dopo svariati decenni è materialmente fuori dal tempo, poco sa dei cambiamenti temporali dei luoghi avvenuti durante l’assenza, spesso è fermo al momento della partenza. E’ anche vero che la migrazione nel nostro paese è una scelta, è un progetto ponderato, dettato da molteplici fattori che nell’ambito antropologico sono detti push factor e pull factor, ovvero motivi di spinta e motivi di scelta. Questo che faccio è un discorso nazionale, ma vorrei focalizzarlo sulla nostra realtà locale, passando da quella statistica nazionale. Da un quinquennio dal nostro paese i numeri di italiani che emigrano sono in continua crescita, nel 2018 si è raggiunta la cifra record di 285 mila persone, che si avvicina spaventosamente ai numeri del primo decennio degli anni 50, quando partivano ogni anno 310 mila italiani e questo fu il decennio con il più alto picco di emigrazione della storia del nostro paese. Purtroppo dati alla mano questa cifra sarà raggiunta e superata nell’arco di qualche anno, si pensa al massimo tre, e oltretutto per la prima volta i flussi in uscita saranno maggiori di quelli in entrata. Ma perchè si lascia ad esempio la nostra terra, la nostra Media Valle del Volturno. Beh basta guardare alla situazione contingente ed attuale; nell’arco di un decennio si sono persi importanti strutture, le quali anche se terziarie, muovevano flussi economici: il tribunale, gli uffici Enel, il ridimensionamento dell’Agenzia delle Entrate, dei trasporti (ferrovia e bus), il risultato, dimostratosi fallimentare del cotonificio, lasciato morire senza un serio impegno. Ma soprattutto una miope politica territoriale, dove non è mai decollato perchè mai si è spinto su un tessuto produttivo artigianale/industriale/agricolo di qualità, basta pensare che l’area agricola  ha perso in 20 anni il 21% di produttori. Attualmente un ulteriore ridimensionamento della struttura ospedaliera (già avvenuta in un recente passato) è purtroppo un ulteriore volano a lasciare la nostra terra, e per chi già via a non tornarci in futuro. Una ulteriore mancanza di interconnessione tra i comuni della Valle o meglio di tutti quelli che ricadono nel parco Nazionale del Matese, quindi in un ambito pluriprovinciale, non fa che peggiorare le cose. Eppure, personalmente è dal 2012 che in vari modi parlo del fenomeno, portando i dati nel tentativo di sensibilizzare le amministrazioni al fenomeno. Ed i dati parlano chiaro, nel 2015 avevamo raggiunto nella nostra valle le medie di emigrazione degli anni 10 del 900, ed avevamo al tempo anche una situazione socio economica migliore, poichè il cotonificio di Piedimonte Matese occupava alcune centinaia di persone, ed erano in attività ben due cartiere e agricoltura e pastorizia rendevano ancora qualcosa. Ma non sono solo le percentuali che indicavano questa similitudine di emigrazione, ma anche l’età dei migranti che tra il 2008 ed il 2015 hanno visto partire trentenni, quarantenni, ed intere famiglie. Non si è voluto guardare ne alla storia, ne ai dati, ne ascoltare coloro che per formazione conoscono il fenomeno, si è preferito investire nella stragrande maggioranza dei comuni in opere cementizie, marciapiedi, piazze, fontane, risistemazioni che hanno portato qualche soldo per sbarcare il lunario. Non si è progettato, non si è guardato al futuro, non si è tentato di creare nuovi tessuti produttivi, e dove si è fatto, si è fatto con spaventoso ritardo. Così si è creata una nuova invisibilità, dettata dalla difficoltà non tanto economica ma strutturale di un luogo, quella invisibilità futura, che terrorizza i genitori, ovvero un luogo senza quasi futuro che potrebbe far languire i propri figli in un limbo di attesa e di non vivibilità. Il nostro è un esempio macroscopico di un piccolo luogo, ma che riflette in ambito maggiore il paese è l’invisibilità della migrazione italiana, che spopola i nostri luoghi, i nostri villaggi, la nostra Valle. Spinge giovani e non più giovani ad andare via purtroppo in silenzio, quasi non visti, per divenire con il tempo invisibili poichè destinati ad essere in qualche modo dimenticati dai luoghi. Ed essere dimenticati da un luogo, significa che il luogo sta morendo, che una parte di storia di un posto fatta dalla presenza fisica di un individuo con la sua esperienza di vita, con la sua conoscenza dei luoghi e delle persone, si perde e con tale perdita si perde un pezzo per quanto minuscolo di un paese, con esso alla perdita segue l’invisibilità, ed all’invisibilità del singolo, nel tempo, l’invisibilità del luogo e la morte di questo.

 

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