Ci sono persone che sembrano esserci sempre. Rispondono a una telefonata anche quando stanno cenando, trovano una soluzione anche quando sono stanche, si fanno carico di un problema in più anche quando avrebbero già abbastanza da gestire.
Sono quelle persone su cui gli altri sanno di poter contare. Quelle che difficilmente si tirano indietro, che cercano di non deludere nessuno e che, anche quando tornano a casa, continuano a pensare a ciò che è rimasto in sospeso.
A volte, però, c’è una domanda che nessuno fa loro: chi si accorge quando sono stanche?
Viviamo in una società che spesso ci insegna a misurare il nostro valore attraverso quello che facciamo. Quanto siamo produttivi, quanto riusciamo a portare a termine, quante responsabilità siamo capaci di sostenere. Essere presenti, efficienti, disponibili è diventato quasi un modo per dimostrare di essere all’altezza. E così impariamo a esserci per tutto, dimenticando lentamente di esserci anche per noi stessi.
Il lavoro, intanto, smette di occupare soltanto una parte della giornata. Ci segue a casa, si siede a tavola con noi, entra nelle conversazioni, accompagna i momenti che dovrebbero essere di riposo. Può capitare di essere accanto alle persone che amiamo e, nello stesso momento, avere la mente altrove. Pensare a quella telefonata da fare, a una risposta da dare, a qualcosa che non abbiamo concluso.
Il corpo si ferma, ma i pensieri continuano a correre.
E forse la cosa più difficile da riconoscere è che, a volte, non siamo nemmeno più capaci di distinguere ciò che è davvero urgente da ciò a cui ci siamo abituati a dare sempre la precedenza.
Ci diciamo che è soltanto un periodo. Che appena avremo concluso quel progetto, risolto quella situazione, superato quel momento, torneremo a dedicarci a noi. Ma poi arriva un’altra richiesta, un’altra scadenza, un’altra responsabilità. E quel momento che aspettavamo continua a essere rimandato. Il rischio è abituarsi così tanto a mettere se stessi in fondo alla lista da non accorgersi più di quanto ci stia costando.
Quando il sovraccarico diventa una condizione prolungata, infatti, possiamo iniziare a perdere il contatto con i nostri bisogni. La stanchezza diventa una presenza abituale, la pazienza si riduce, le piccole difficoltà sembrano più grandi. Ci accorgiamo di essere irritabili, distratti, meno disponibili emotivamente. Eppure continuiamo a chiedere a noi stessi di fare ancora un po’ di più.
Non sempre perché qualcuno ce lo impone. A volte siamo noi a non riuscire a fermarci.
Per senso del dovere, per paura di deludere, per il timore che qualcosa possa andare storto se non interveniamo. Altre volte perché abbiamo imparato a sentirci importanti soprattutto quando siamo utili agli altri.
E allora dire di no diventa difficile. Rimandare una richiesta ci fa sentire in colpa. Concederci una pausa sembra quasi qualcosa da meritare, anziché un bisogno legittimo.
Ma da quando abbiamo iniziato a pensare che prenderci cura di noi significhi sottrarre qualcosa agli altri?
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare di fare bene il proprio lavoro, nell’essere responsabili o nel voler dare il meglio. Il problema nasce quando, per riuscirci, iniziamo a sacrificare sistematicamente tutto ciò che ci permette di stare bene.
Perché non siamo soltanto il nostro ruolo professionale. Non siamo soltanto le persone che risolvono, organizzano, producono, rispondono e mantengono gli impegni.
Siamo anche le persone che hanno bisogno di una giornata senza fretta, di una conversazione senza guardare continuamente il telefono, di un pomeriggio trascorso con chi amano, di un momento in cui non ci sia niente da dimostrare e nessuno da accontentare.
E non dovremmo aspettare di arrivare allo stremo per riconoscere che ne abbiamo bisogno.
Forse possiamo cominciare da domande semplici, ma non sempre facili da affrontare: Quando è stata l’ultima volta che mi sono fermato senza sentirmi in colpa?
Quanto spazio sto lasciando alle persone e alle cose che amo?
Se qualcuno a cui voglio bene vivesse esattamente come sto vivendo io, gli direi di continuare così?
E soprattutto: sto vivendo la mia vita o sto soltanto cercando di riuscire a sostenere tutto quello che mi viene richiesto?
Non sono domande a cui dobbiamo trovare subito una risposta. A volte, però, abbiamo bisogno di porcele per accorgerci che qualcosa merita di essere cambiato.
Può essere una pausa che non rimandiamo, una richiesta a cui impariamo a dire di no, una sera in cui decidiamo di non controllare le notifiche. Piccoli gesti, forse, ma capaci di restituirci uno spazio che avevamo smesso di considerare nostro.
Ascoltare i propri limiti non significa essere meno affidabili. Riconoscere la propria stanchezza non significa essere deboli. E scegliere di non esserci sempre per tutti non vuol dire voler meno bene, lavorare con meno impegno o avere meno responsabilità.
Significa ricordare che anche noi abbiamo bisogno della stessa attenzione che riserviamo agli altri. Perché ci sono tante cose nella vita che meritano il nostro tempo, la nostra energia e la nostra dedizione. Ma tra queste dovremmo esserci anche noi. E forse la domanda più importante, quella da cui ogni tanto dovremmo ricominciare, non è quanto siamo riusciti a fare oggi. È molto più semplice, eppure spesso la evitiamo:
«Come sto, davvero? E quanto spazio sto lasciando a me stesso per vivere?»
(Dott.ssa Benedetta Venditti – Psicologa)
PaeseNews quotidiano di Terra di Lavoro online Le notizie di Caserta e provincia