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Ecuador e non solo: una polveriera

(di Sandrino Luigi Marra) Nel discorso delle ultime settimane riguardante la situazione in Ecuador, forse in parte è sfuggito qualche elemento di riflessione. E’ risaputo che da molti anni in diversi paesi del subcontinente americano le dispute per il controllo del territorio, che dovrebbe essere prerogativa dello Stato, è una lotta violenta tra forze dell’ordine, coadiuvate dagli apparati di difesa militare e bande criminali quasi sempre appartenenti a cartelli del narcotraffico. Il problema delle varie escalation, compresa l’ultima in Ecuador è in primo luogo legato alla corruzione che abbraccia come in una morsa, forze di polizia, forze armate e politica, l’appoggio spesso della popolazione, ma ultima e non ultima le capacità militari in sistemi di arma dei cartelli. La possibilità di acquistare armi pari e a volte superiori a quelle delle forze di polizia e delle forze armate, mette in una condizione psicologica i membri “soldati” delle bande di affrontare gli scontri armati in una posizione di superiorità. Sapere di poter avere la meglio quasi a priori diventa carburante dell’ego di un combattente, e tranne per l’arma aerea intesa come aerei ed elicotteri da combattimento, tutto il resto è pari se non superiore. Finanche con i mezzi blindati i Narcos hanno trovato soluzioni oltremodo sorprendenti mettendosi in pratica alla pari, modificando grossi camion trasformandoli in veicoli corazzati, ben più efficaci dei mezzi che un esercito regolare dispone per una certa tipologia di ambiente (urbano, foresta pluviale, montagne). La corruzione e le collusioni sono all’ordine del giorno in luoghi dove povertà e sfiducia verso le istituzioni sono la base su cui poter fare leva. Gli stessi poliziotti e ancor più i militari di basso rango provengono in larga parte da un substrato sociale di povertà, dove anche la classe media non vive molto meglio dei meno abbienti. Ma è la stessa classe politica spesso corrotta e collusa che in alcuni casi si pone alla guida stessa dei traffici illegali di droga. L’esempio più eclatante viene dal Venezuela, dove da 1993 è in attività il “Cartello dei soli” una organizzazione criminale presumibilmente diretta dall’Alto comando militare delle forze venezuelane e con il presidente Maduro che avrebbe oltretutto promosso alle alte cariche dello Stato individui accusati di traffico di droga (fonte del Dipartimento di giustizia degli USA).

Il Nicaragua è definito poi come un efficientissimo narco-stato, dove il governo di Ortega e Murillo controlla in modo quasi diretto il traffico di droga. In Messico accade spesso che i narcos possano trovarsi inseriti in molteplici  apparati dello Stato, rendendo così il paese visivamente meno corrotto rispetto a Venezuela e Nicaragua. Bisogna anche dire che vi è una scelta politica di alcuni paesi nell’allacciarsi al traffico di droga e di gestione del potere delle organizzazioni criminali; lasciando a queste in parte la produzione e tutto il trasporto si riesce a diluire il potere stesso di queste, che diversamente rappresenterebbero una seria minaccia alla sovranità nazionale (ricordiamo ciò che in passato è accaduto in Messico o in Colombia).

E’ ovvio che la capacità di sopravvivenza dei cartelli dipende dalla loro capacità di scendere a patti con lo Stato. Oggi i cartelli, rispetto al passato sono ben consci che una lotta armata nel lungo periodo tende a favorire lo Stato, perché le azioni armate coinvolgono anche le popolazioni che con il tempo tendono a distaccarsi visto che le maggiori vittime indirette degli scontri sono queste. Oltretutto come già accaduto, la partecipazione alle operazioni di polizia di altre forze di intelligence (Stati Uniti in primis) tende a rinforzare le capacità dello Stato e come accennato nel lungo periodo, nonostante le enormi risorse a disposizione dei cartelli questi finiscono per soccombere, salvo poi rinascere tempo dopo, ma questa è un’altra storia. Bisogna anche dire che il successo dei cartelli deriva dalla loro abilità nel commercio delle sostanze che è il presupposto per avere le somme necessarie ad alimentare l’esportazione, la corruzione e finanziare una guerra a bassa intensità con le autorità che li contrastano. Infine in questo particolare marasma politico, militare, criminale non bisogna dimenticare gli interessi di organizzazioni terze che attraverso accordi economici, fanno “girare” il prodotto ben oltre il continente americano; N’drangheta in primis, seguita da Camorra e Mafia siciliana per parlare di quelle organizzazioni che di fatto detengono il mercato europeo le quali riescono a ben collaborare tra loro nella vendita e fornitura a livello internazionale dei prodotti finiti. Senza parlare di nuovi interessi che coinvolgono organizzazioni cinesi, Hezbollah ed altri con un traffico illecito che vale tra i 450 ed i 650 miliardi di dollari l’anno. Per i governi latinoamericani è comunque più conveniente scendere a patti con i cartelli e prendere in qualche modo parte alla divisione dei proventi che dichiarare guerra aperta che li porterebbe al rischio, come testimoniato dall’Ecuador a vedere detratta la loro legittima sovranità a favore dell’attraente mito dei signori della droga. Come dire meglio farne parte in qualche modo che combatterli per un periodo lunghissimo a rischio della vita propria e dei propri cari, insomma vale il classico “Pecunia non Olet”.

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