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Piedimonte Matese – Spaccio di droga, intera famiglia condannata a 28 anni carcere

Piedimonte Matese – Una madre, tre suoi figli e un altro imputato sono stati condannati, in primo grado, a complessivi 28 anni di carcere.  Si tratta di Monica Nasti (condannata a 6 anni e 6 mesi), Livia Di Lillo (condannata a 5 anni e 1 mese con sanzione da 33mila euro), Vincenzo Di Lillo (4 anni e 2 mesi), Sara Di Lillo (4 anni e 6 mesi con sanzione da 24mila euro), Salvatore Pone (8 anni e 10 mesi). Questa la sentenza emessa pochi giorni fa dal giudice di primo grado del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, a carico degli imputati accusati a vario titolo del delitto di detenzione a fini di spaccio e cessione di sostanze stupefacenti, del tipo marijuana.
Questo processo di primo grado appena concluso parte  da una complessa e articolata attività di indagine condotta dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Piedimonte, che consentì di far emergere l’operatività di una piazza di spaccio presso il rione IACP frazione di Sepicciano di Piedimonte Matese, gestita da alcuni residenti, tutti originari del comune matesino. L’indagine, iniziata nell’agosto 2019 a seguito di una mirata e pervicace attività di controllo del territorio e protrattasi sino a dicembre 2021, consentì di ricostruire il modus operandi degli indagati e di individuare il loro canale di approvvigionamento. I soggetti nei cui confronti sono emersi gravi indizi delle condotte di spaccio, che dovranno essere verificati nel corso del giudizio, erano tutti percettori di reddito di cittadinanza ed investivano, per lo più, i proventi dell’attività delittuosa ed i sostegni economici elargiti dallo Stato per l’acquisto delle sostanze stupefacenti  che rivendevano  generalmente  all’interno  delle proprie  abitazioni, divenute punto di riferimento di numerosi assuntori provenienti da tutta la zona dell’alto casertano. Attraverso attività di intercettazione telefonica, escussione degli acquirenti, servizi di osservazione, controllo e pedinamento nonché sequestri di stupefacente, è emerso che il contesto ambientale era ritenuto dagli indagati e dagli acquirenti luogo protetto ed impermeabile alle investigazioni, e consentiva loro di agire con estrema spregiudicatezza anche nel periodo in cui vigevano le più restrittive norme sulla libera circolazione. Nel corso del primo lockdown, infatti, le       vendite al dettaglio proseguivano con ritmi incalzanti.  Nella maggior parte dei casi, gli acquirenti si recavano anche più volte al giorno senza preavvertire presso le abitazioni degli indagati essendo certi di poter trovare la sostanza stupefacente. In altre circostanze, nel tentativo di eludere le investigazioni utilizzavano un linguaggio convenzionale come ad esempio “pane cotto o pane crudo”, “zucchero”, “panettoni”, “piccolo o grande”, “sacchi di colla”, “filoni di pane”, “cioccolata”, “piantine rampicanti”, “pacchi di battiscopa”, “latte” ed altro ancora.

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