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Quando il lavoro diventa un mondo difficile da gestire forse sarà “Burn-out”?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il burn-out è una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo, che non riesce ad essere ben gestito, caratterizzata da una serie di fenomeni come l’affaticamento, delusione, logoramento e improduttività che sfociano in scoraggiamento e disinteresse per la propria attività professionale. Molti lavoratori stressati lamentano di essere facilmente irritabili e aggressivi, altri invece si descrivono come “asociali” o con una tendenza a estraniarsi o evitare le situazioni di confronto. Con il passare del tempo, il burn-out può portare ad un allontanamento mentale dalla propria occupazione, arrivando ad assumere atteggiamenti di indifferenza, ostilità e disprezzo verso i destinatari dell’attività lavorativa. La demoralizzazione e la negatività per il proprio contesto possono sfociare, in certe circostanze, nella depressione o in altri disturbi più complessi da affrontare. Questo fenomeno non va confuso con disturbi associati allo stress, come ad esempio il disturbo post-traumatico da stress dato che alcune manifestazioni possano essere condivise.  Non si può parlare di burn-out quando lo stress lavorativo è temporaneo, prevedibile e limitato nel tempo ed i sintomo regrediscono con brevi pause di recupero. La  sindrome da burn-out dipende dalla risposta individuale ad una situazione professionale percepita come stressante dal punto di vista psicofisico, e l’individuo non dispone di risorse e strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiare questa sensazione di esaurimento fisico ed emotivo. Tale sindrome è stata correlata  da sempre collegata alle professioni sanitarie e assistenziali come medici, infermieri, assistenti sociali ecc. invece può associarsi a qualsiasi contesto lavorativo in cui vigono condizioni stressanti e pressati come il ricoprire posizioni lavorative di grande responsabilità.
Si manifesta con un decadimento rapido delle risorse psicofisiche seguito da un peggioramento delle prestazioni professionali è sempre il risultato di un processo graduale, il forte carico di lavoro associato a poche fasi di riposo fino ad arrivare allo sfinimento psichico. Spesso si sviluppa in modo ambiguo chi ne soffre non se ne accorge subito perché considera normali alcuni sintomi come l’insonnia, il mal di testa e di stomaco, insofferenza per i turni e poca motivazione al lavoro. Ma un  segno caratteristico è che il lavoratore non riesce a recuperare nonostante le possibilità di riposo. Le caratteristiche che devono essere sempre presenti sono il senso di impoverimento delle energie; l’esaurimento emotivo: sentirsi svuotato ed annullato dal lavoro; distanziamento mentale dal proprio lavoro: un atteggiamento di distacco mentale dalle proprie mansioni che comporta una ridotta efficacia professionale ed un aumento dell’isolamento ed un aumento di emozioni negative verso colleghi clienti e superiori; ridotta efficacia professionale: comporta la percezione di sentirsi inadeguati al lavoro e quindi alla caduta dell’autostima unito al sentimento di insuccesso comportano un calo di efficienza, pertanto la persona affetta si percepisce sempre meno efficiente nonostante il suo impegno aumenti. Nello specifico abbiamo: mancanza di iniziativa difficoltà a portare a termine i compiti; distacco emotivo e ridotto interesse verso il proprio lavoro; difficoltà nelle relazioni con gli utenti; demotivazione; alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno; rigidità di pensiero resistenza alla cambiamento; cinismo e atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti; assenteismo; depersonalizzazione; senso di frustrazione; difficoltà di concentrazione; bassa stima di sé; senso di colpa; fallimento; rabbia e risentimento; agitazione, irritabilità e nervosismo; infelicità; pianto frequente; indecisione; mancanza di attenzione; difficoltà a pensare in modo chiaro; mancanza di creatività; preoccupazione costante; stanchezza; insonnia; tachicardia; mal di testa; nausea; inappetenza; dolori e problemi digestivi; senso di soffocamento; tremori; sudorazione alle mani; mal di schiena e tensioni muscolari; vertigini; ipertensione; disturbi sessuali o riproduttivi. Inoltre, la persona affetta da tale sindrome potrebbe fare un abuso di alcool, farmaci o sostanze psicoattive o attività poco salutari come il gioco d’azzardo che potrebbero aggravare maggiormente la situazione e andare incontro ad isolamento, autolesionismo,  disturbi d’ansia e depressione.
E’ importante anche considerare il danno collaterale che il burn-out provoca, infatti chi è a contatto con un operatore o lavoratore eccessivamente stressato ne subisce certamente le conseguenze. Le cause scatenanti possono essere individuate sia a livello individuale, come un eccessivo bisogno di affermazione lavorativa a discapito della propria vita privata e personale, che a livello organizzativo, quali ad esempio eccessive richieste a livello lavorativo o lavoro monotono e scarsamente ricompensato nonché conflitti con colleghi e/o superiori, inadeguatezza del ruolo assunto, mobilità che non consente una stabilità personale che potrebbe condurre ad una disorganizzazione extralavorativa; mobbing. Inoltre i fattori extralavorativi hanno la loro importanza, in quanto può accadere che l’individuo trascini sul luogo del lavoro le tensioni personali, rendendo i propri compiti carichi di nervosismo e per nulla soddisfacenti. Le strategie per superare la sindrome da burn-out sono diverse e comprendono la modifica delle abitudini lavorative e l’adozione di misure utili a contrastare lo stress nella quotidianità e la psicoterapia cognitiva-comportamentale. Pertanto la migliore arma contro il burn-out è prendersi cura di sé.

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