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ALIFE / CAIAZZO – Cristianità, il vescovo Di Cerbo e quel battesimo che “non s’aveva da fare”

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ALIFE  / CAIAZZO – Quante volte capita di ascoltare dalla bocca di persone di potere belle parole e frasi ad effetto in occasione di manifestazioni di interesse pubblico? Sicuramente molto spesso. E di frequente – o forse sempre – capita poi che a quelle parole dette in pubblico non seguano comportamenti tali da mettere in pratica nella vita di tutti i giorni ciò che al cospetto di una platea si dice con tanta enfasi. Così capita di ascoltare il vescovo Valentino Di Cerbo nel corso della sua omelia nella prima domenica di Avvento presso la parrocchia Santa Maria della Valle e ci si accorge che in certi casi alcuni suoi comportamenti abbiano letteralmente smentito quanto da egli esclamato al cospetto di una folla pronta ad ascoltarlo in religioso silenzio. In una chiesa gremita, il vescovo diceva: “Solo gestendo in maniera fedele la vocazione a cui siamo stati chiamati da Dio, saremo capaci di accoglierlo: essere fedelmente padri, madri, sacerdoti, vescovi significa dire ogni giorno il nostro sì e rispondere alla quotidiana missione in cui ci impegna il nostro Battesimo”. Il Battesimo, appunto, prima pietra miliare nella vita di ogni cristiano. Ma Di Cerbo ha sempre messo in pratica questo concetto? Non sempre. Si prenda, a tal riguardo, la storia di un bambino di Ruviano. Una vicenda che mette in risalto il paradosso di una chiesa che in gran parte dei casi soffre soprattutto di se stessa visto che il suo cammino di evangelizzazione finisce per essere spesso ostaggio di quella istituzione che si contraddistingue più per essere un organo politico nelle mani di preti e dei vescovi che per il suo spirito missionario e caritatevole. Quella chiesa che così intesa finisce per smarrire maledettamente il suo carattere universale – condizione imprescindibile per la sua stessa sopravvivenza nei secoli -, restando ingabbiata tra le recondite corde ove si annidano giochi di potere e piccoli interessi di bottega.  Ma torniamo alla vicenda del bimbo di Ruviano. Così come nei Promessi Sposi c’era un matrimonio che non s’aveva da fare nè domani nè mai, nella piccola cittadina di Ruviano c’era un battesimo che non si doveva fare e basta. Anzi, si doveva fare solo se la funzione religiosa veniva presieduta dal vescovo in persona. Un capriccio al quale il papà del bimbo si era opposto fermamente preferendo che a celebrare la messa fosse un sacerdote tanto scomodo allo stesso vescovo da pensare di lì a breve di rispedirlo alla fine del mondo, in mezzo agli ultimi, dove ogni tanto sarebbe opportuno che anche i nostri vescovi si recassero per un bagno di umiltà. Il “peccato originale” di quel bimbo, in sostanza, era quello di avere un genitore che si professava ateo e che in un primo momento non voleva che suo figlio ricevesse il sacramento. Salvo poi convincersi grazie sempre a quel sacerdote che agli occhi del vescovo assumeva comportamenti poco in linea con le direttive della Diocesi. Ma l’uomo voleva fortemente che a celebrare la funzione religiosa il giorno del battesimo del figlio fosse don Ovidio del Rio. Lo voleva con tanta ostinazione da dirlo apertamente al vescovo che a quel punto disse senza pensarci due volte che quel bimbo non doveva essere più battezzato. La vicenda ebbe poi fortunatamente un lieto fine. Seppur tra mille difficoltà. Il bimbo venne fortunatamente battezzato. Ma non a Totari, in quella parrocchia così “ribelle” da essere chiusa qualche mese dopo, ma a Caiazzo. E a celebrare la messa non fu quel prete così scomodo, ma un sacerdote caiatino. Tutto – è opportuno precisarlo – avvenne in gran segreto senza che neanche l’ex prete di Totari ne sapesse nulla. Ma il vescovo, una volta saputo quanto accaduto, non esitò ad alzare la voce contro il sacerdote colombiano – diventato ormai un vero bersaglio per via di altre futili motivazioni – dicendo che quel sacramento era stato celebrato senza l’autorità della chiesa. Ma quale chiesa? Quella dei preti e dei vescovi forse. Perchè nella chiesa universale – quella del Cristo che ancora oggi riesce a stare in mezzo alla gente – non esiste battesimo che non possa essere celebrato. Lo disse, ironia della sorte, anche Papa Francesco qualche giorno dopo intervenendo appunto in merito alla tematica dei sacramenti. Il parroco colombiano, ad ogni modo, rispose punto su punto alle “contestazioni” di Di Cerbo e nel momento in cui fu chiamato a dire se fosse o meno d’accordo su quel battesimo, don Ovidio del Rio rispose senza indugio: “certamente”!. Perchè lui, a differenza di chi lo accusava, aveva condiviso con quella famiglia gioie e dolori. Aveva gioito e sofferto per loro e con loro. Li aveva amati come lui sapeva fare e aveva dato loro conforto nel momento del bisogno così come faceva con la gente in generale offrendo il suo cuore e la sua anima. Come qualsiasi ministro di Dio dovrebbe fare. Ma nella vita, le vie del Signore – si sa – sono infinite. C’è sempre un tempo per meditare e magari correggersi. Perchè “Quando Dio bussa alla porta, lo fa per cambiare la storia degli uomini, per sconvolgerla. Mettiamoci nell’atteggiamento di chi dice al Signore: cambiaci!”. Queste parole, che hanno un valore semantico certamente alto, le ha  pronunciate proprio il vescovo Di Cerbo il giorno di apretura della visita pastorale a Sant’Angelo d’Alife. Potrebbero essere addirittura più misericordiose. A patto che  non fossero rivolte soltanto ai fedeli.

fm

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2 commenti

  1. Belle le vostre favolette!!! A chi vi ispirate a Fedro? Forse Martufello…

  2. per ANTONIO: Ci dispiace deluderla, non ci ispiariamo a Fedro e nemmeno a Martufello. Leggiamo solo documenti. Sa a noi intrigano molto colore che ogni giorno vestono da pecora ma sotto sono lupi famelici

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