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CASERTA – Profonde disuguaglianze economiche e povertà dilagante in provincia: l’Alto Casertano è la zona più povera

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CASERTA (di Nando Silvestri) – Una recente indagine statistica sulla distribuzione dei redditi italiani condotta dall’operatore “Open Data”, ulteriormente approfondita dallo scrivente attraverso l’utilizzo di opportuni indici di riferimento, schiude un panorama economico a dir poco raccapricciante in ordine alla distribuzione dei redditi in provincia di Caserta. Anzitutto emerge che quest’ultima presenta, unitamente a diverse province meridionali, un reddito pro capite annuo sostanzialmente basso rispetto a quello registrato in Toscana, Veneto, Lombardia, Trentino, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio e Friuli. Molti dei 2 milioni di posti di lavoro venuti a mancare negli ultimi 6 anni riguardano difatti la Campania e, di riflesso, la nostra provincia. Anche la caduta di oltre 10 punti percentuali di PIL nazionale negli ultimi 6 anni è allineata al crollo dell’economia e della competitività campana e meridionale in genere. Merito anche di una scadente offerta politica della Regione Campania, mal vista persino dalle maestranze di Bruxelles che l’hanno recentemente battezzata “regione peggio amministrata d’Europa”. Non fanno eccezione i governanti casertani che tra clamorosi e profetici acquisti, ridicoli rimpasti, poderose opacità contabili affrancate qua e là da squallidi patti di fine mandato, indecisioni e impasse ricorrenti, spingono forzatamente la popolazione cittadina nel baratro, pregiudicandone aspettative e prospettive. Ma un ruolo destabilizzante e distruttivo dal punto di vista  squisitamente finanziario è certamente riconducibile all’incapacità amministrativa di veicolare opportunamente i fondi europei e i trasferimenti verso finalità virtuose ed espansive delle attività economiche territoriali. Pressione fiscale locale ad aliquote massime o superiori alla media nazionale (vedi la Cosap pagata dagli edicolanti di Caserta), speculazioni volte alla parcellizzazione delle rendite finanziarie e numerose “cattedrali nel deserto” realizzate per il tornaconto di clientele e pochi eletti sferrano infine il colpo di grazia ai già sbrindellati redditi locali. In particolare, diversamente da quanto ventilato da altre laboriose realtà amministrative venete e lombarde, il Comune di Caserta impedisce qualunque auspicio di crescita economica territoriale fondato sulle “monete locali”, dal momento che preferisce affidare alla stagnazione e alla burocrazia la gestione di spazi e immobili in disuso di sua proprietà. Locali dismessi e improduttivi, potenziali risorse feconde del circuito economico cittadino, cadono effettivamente in ostaggio dell’immobilismo comunale, anziché essere ceduti alle comunità locali per implementarne attività lavorative consolidate o servizi utili, idonei a produrre redditi minimi di sopravvivenza e socialità. Queste e altre innumerevoli contraddizioni difficili da sintetizzare in poche battute per via della complessità di alcune vicende storiche generano una iniqua e irregolare distribuzione del reddito casertano concentrandolo essenzialmente nelle mani di pochissimi individui sino a lasciare a bocca asciutta la stragrande maggioranza dei cittadini residui. Quanto appena stabilito pretestuosamente definibile “demagogia” da sprovveduti e buontemponi, è agevolmente verificabile misurando un apposito indice statistico di riferimento, quello di concentrazione di Gini che, nella città di Caserta, supera il valore di 0,41. Vale a dire che il capoluogo di Terra di Lavoro contiene diversi super ricchi e troppi  super poveri al limite dell’indigenza, soprattutto in periferia e nelle frazioni. L’indice di concentrazione suddetto, infatti, è una misurazione della “irregolarità di ripartizione reddituale” il cui massimo valore possibile, 1, è riconducibile ad una condizione limite paradossale che vedrebbe nelle mani di un solo soggetto tutto il reddito disponibile. Con un reddito pro capite annuo di circa 23000 euro, quasi il doppio di quello mediamente percepito negli altri Comuni della provincia, il capoluogo di Terra di Lavoro presenta, quindi, i divari distributivi e le contraddizioni più vistose, ivi compresa quella della povertà. Desta non poche preoccupazioni la rilevazione del reddito pro capite annuo nel comune di Gallo Matese pari a circa 10000 euro e dell’ indice di concentrazione ancora più alto di quello riscontrato a Caserta, pari a circa 0,43. E’ sempre alto il succitato indice di squilibrio distributivo del reddito a Roccamonfina, dove il reddito pro capite annuo è di circa 13000 euro, iniquamente ripartito fra poche persone abbienti e molte persone che vivono modestamente. Ma lo sbilanciamento più acuto e insidioso fra ricchi e poveri si registra invece nel comune di Baia e Latina, dove il succitato indice di Gini, riferibile alla disuguaglianza nella distribuzione reddituale sfiora addirittura lo 0,50. Questo coefficiente  elevatissimo è sinonimo di un dislivello economico estremamente marcato, tenuto conto che nel comune di Baia e Latina (e non solo) si percepiscono mediamente meno di 1000 euro al mese. Insomma, sebbene la città di Caserta presenti un più notevole benessere apparente, le contraddizioni fra persone facoltose e individui disagiati emergono spaventosamente e denotano un lampante squilibrio sociale in evidente peggioramento in tutta la provincia, soprattutto nell’Alto Casertano. Colpa anche di politiche economiche comunitarie maldestre e fallimentari, prive di  qualunque apprezzabile riverbero sull’indotto del territorio. Soffre in special modo quello matesino, le cui vocazioni originarie per nulla valorizzate e ancor meno preservate sono state piuttosto fuorviate e mistificate dall’opportunismo istituzionale.

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