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VAIRANO PATENORA – Omicidio Ubert, il mistero resiste da 11 anni. L’assassino è ancora libero. Magia nera, viaggi sessuali: ecco tutta la storia

Tempo di lettura stimato: 8 minuti
Massimo Ubert
Massimo Ubert

VAIRANO PATENORA / FIORANO CANAVESE – Omicidio Ubert, una storia di sesso, magia nera e violenza. Un mistero che resta tale da oltre 11 anni. Era la notte fra il 15 e il 16 ottobre del 2003 quando Massimo Ubert venne massacrato a colpi di badile, evirato e trasportato sotto un albero secolare per poter rendere efficace un rituale magico capace di infliggere pena anche all’anima della vittima.
Da 11 anni tante domande restano senza risposte.  L’assassino (o gli assassini) potrebbero essere giunti da fuori ma potrebbero anche essere del posto, nessuna pista può essere esclusa.  Finora non c’è alcuna spiegazione sul movente e sull’identità degli assassini. Resta così avvolta nel giallo la morte di un uomo venuto dal Piemonte che diceva di nascondersi “perché temeva d’essere ucciso”. Paure fondate a tal punto che poi, effettivamente, è stato ucciso.
Era giunto a Vairano Patenora da un mese, si era rifugiato sulla sommità di monte Cajevola, ai piedi dell’antico borgo, luogo spesso utilizzato per riti magici o per quelle strane riunioni che tutti amano definire, semplicemente, ragazzate o stupidaggini.  S’aggirava, a piedi, per il paese, non parlava molto, quando lo faceva, era solo per dire che lui scappava per paura d’essere ucciso.
Il 16 ottobre del 2003 venne ritrovato cadavere. Il suo cranio era sfondato all’altezza della zona frontale, a seguito di un poderoso colpo inferto con un robusto corpo contundente; il suo pene tagliato con un coltello da cucina. Fu un agricoltore del vairanese a rinvenire il corpo privo di vita, sul bordo della stradina, via Casi Pente, nella periferia di Vairano, quasi al confine con Pietravairano.

L’uomo
Massimo Ubert aveva poco più di quaranta anni. Viveva a Fiorano Canavese e lavorava presso la Tecnost di Ivrea. Riferiscono i colleghi di lavoro che amava fare viaggi in oriente, a cuba ed in altre località simili; zone frequentate dagli amanti dei viaggi del sesso. Sembrava essere questa la sua unica passione. Per il resto poche parole, poca confidenza a chiunque. Improvvisamente, lasciò la sua casa ed il proprio lavoro. A bordo della sua Opel Tigra svanì. La famiglia, dopo alcune settimane, non ricevendo alcuna notizia, denunciò la sparizione. Poco tempo dopo sarà la polizia a rintracciarlo nei pressi di Arezzo. Ma non poté trattenerlo ne costringerlo a tornare a casa. Ubert giustificò il proprio allontanamento da casa con un viaggio turistico lungo l’Italia. La famiglia viene comunque messa a corrente, dalla stessa polizia, che Massimo sta bene e delle sue intenzioni.

L’arrivo a Vairano
Quali ragioni abbiano spinto Massimo Ubert a fermarsi a Vairano Patenora rimarranno, con molta probabilità, per sempre un mistero, sepolte con lui nella tomba. L’uomo viene notato nei primi giorni di settembre, del 2003, aggirarsi, a piedi, in paese. Poche apparizioni, qualche minuto per comprare, in qualche supermercato, lo stretto necessario per mangiare e poi Massimo svanisce. Ritorna sulla sommità di monte Cajevola, vicino alla sua macchina, sempre lucida ed efficiente. Grazie ad un fornello da campo si prepara il cibo, lava i suoi vestiti.

Le scarpe di Ubert
Le scarpe di Ubert

Le sue scarpe consumate
Quei pochi che lo incrociano notano subito le sue scarpe consumate, anzi praticamente ridotte a brandelli. Per il resto il suo abbigliamento sembra essere abbastanza normale. Ma le sue scarpe, quelle, proprio no. Perchè un uomo – in fuga – tiene pulita la sua vettura in maniera maniacale e poi gira con scarpe ridotte a brandelli? Proprio quelle scarpe avranno poi un ruolo fondamentale nel rituale magico attuato subito dopo l’omicidio

Il primo nascondiglio
Appena giunto a Vairano, Massimo Ubert,  aveva scelto un nascondiglio diverso da quello che poi fu il luogo della sua morte.  Un agricoltore, un giorno di Settembre, scorse sul proprio terreno un’auto semi nascosta nella boscaglia. Nota che era coperta, con molta cura, usando i rami e cespugli tagliati per essere appositamente usati allo scopo. L’uomo s’avvicina per vedere meglio. Pochi istanti e Ubert viene fuori dal bosco. Senza parlare, libera l’auto, vi entra e parte. Senza una parola, senza un cenno.

Diceva di essere perseguitato: ho paura di essere ucciso
Ormai Ubert è in zona da diverse settimane. E’ schivo, non da confidenza a nessuno. Quando scambia qualche parola lo fa solo per dire che lui scappa, ha paura di essere ucciso: so che prima o poi lo uccideranno. Si vedeva in giro solo a piedi, mai con la sua Opel. Un giorno, mentre s’aggirava nelle campagne della zona, s’incrociò con alcune braccianti che lavoravano le mele. Anche a loro confessò i soliti timori:  temo d’essere ucciso.

Sceglie il suo rifugio
Massimo preferisce rifugiarsi sulla cima Ovest di Monte Cajevola, nei pressi delle rovine dell’antico borgo medioevale, di Marzanello.  A lui sarà sembrato un posto sicuro. Ci arriva facilmente con l’auto e in poco tempo, a piedi, discendendo la fiancata del monte, può giungere nel centro del paese per acquistare vivere.

Il suo stile di vita a Vairano
A Vairano, Ubert, è metodico. Scende giù in paese, fa quella piccola spese per nutrirsi poi ritorna su, nella sua auto. Li cucina usando uno dei quei fornelli da campeggio. Lì dorme, nella sua auto. Ma la sua vita, le sue abitudini vengono notate da coloro che quel luogo frequentavano abitualmente.

Chi frequenta quel posto
Di giorno quel luogo è frequentato da coppiette in cerca di tranquillità o da semplici turisti. Di notte è famoso perché ritrovo di “praticanti stregoni”. E’ opinione diffusa, in paese, che molti riti “strani” vengano fatti nella navata della vecchia chiesa, diroccata, lontana pochi metri.

Il corpo di Ubert nell'immediatezza del ritrovamento
Il corpo di Ubert nell’immediatezza del ritrovamento

L’omicidio 16 ottobre 2003
E’ un agricoltore del vairanese a rinvenire il corpo privo di vita dell’uomo. Nessuno conosce chi sia. Si pensa ad un extracomunitario, magari ad un rumeno. Il corpo è adagiato lungo una stradina di campagna, ai piedi una quercia secolare. Il luogo del ritrovamento non lascia spazi a dubbi. Il corpo venne portato là durante la notte. Lungo quella strada non sarebbe stato possibile nascondere un cadavere a lungo. L’autopsia confermerà la morte avvenuta poche ore prima.

La causa del decesso.
Il suo cranio era sfondato all’altezza della zona frontale, probabilmente a seguito di un poderoso colpo inferto con un robusto corpo contundente. Si accerterà poi che fu un  badile. Più tardi verrà ritrovato e sequestrato. Inoltre, Ubert, aveva alcune costole rotte, segno di forti colpi ricevuti prima di morire.

Il pene tagliato
Dopo essere stato ucciso l’uomo venne  parzialmente evirato. Qualcuno, dopo che l’uomo era morto, gli slacciò i pantaloni, inflisse, con un coltello, una profonda ferita alla base del pene e richiuse, accuratamente i vestiti. Che tutto questo accadde dopo la morte venne confermato dalle scarsissime tracce di sangue trovate sui vestiti. Se quell’uomo avesse subito l’amputazione del pene  quando era  ancora vivo, si sarebbe trovata una enorme quantità di sangue

Un chiaro rituale
Il corpo, vestito, venne appoggiato sul bordo della stradina, scalzo, alla base di un grosso albero secolare, una quercia. Le scarpe erano poco distanti allineate a simboleggiare una lettera V, al centro, infilati per terra,  due coltelli da cucina. Sembra essere stato ripetuto così un rito arcaico, in uso presso popolazioni nomadi del Caucaso e dei Balcani, per infliggere alla vittima una punizione ancora più grande della semplice morte. Secondo questo rituale, infatti,  l’anima, il cui corpo è spogliato delle scarpe, è costretta a soffrire maggiori pene nella vita ultraterrena. Infatti senza scarpe, l’anima, è costretta a vagare nell’inferno soffrendo ad ogni passo quando i piedi nudi vengono a contatto con il fuoco. Dunque, secondo l’assassino quell’uomo avrebbe commesso un torto tanto grave per cui non sarebbe bastata la semplice morte ma occorreva punire anche la sua anima, per l’eternità.

Numerose persone
Per attuare tutta questa scena, sul luogo del ritrovamento, vi erano diverse persone; si presuppone almeno una decina. Infatti le tracce rinvenute lungo il tragitto che separava le scarpe dal corpo, erano molto profonde e numerose. Segno evidente che più volte e in più persone avevano percorso quel tragitto.

L'auto di Ubert bruciata qualche giorno prima del delitto
L’auto di Ubert bruciata qualche giorno prima del delitto

La sua auto rinvenuta bruciata
Il mistero intorno all’identità dell’uomo resta per diversi giorni. La svolta giunge quando un’auto, un’Opel Tigra, viene ritrovata bruciata su Monte Cajevola. La targa posteriore dell’auto era leggibile ancora. Quella anteriore mancava,  qualcuno l’aveva portata via. I sedili anteriore della vettura erano sdraiati. Alcuni testimoni riferiscono che quell’auto fu vista bruciare diversi giorni prima del rinvenimento del cadavere. Chi la bruciò? Lo stesso Ubert oppure fu un avvertimento?

Le paure di Ubert, purtroppo, si concretizzano
Quando Ubert diceva di temere per la propria vita, in molti sorridevano non capendo chi mai avrebbe potuto volere la morte di un uomo così emarginato, quasi insignificante. Molti affermavano senza dubbio che l’uomo era in preda alla follia, la sua, in fondo, era solo una fobia.
Purtroppo Massimo Ubert aveva ragione e forse non immaginava che i suoi assassini potessero spingersi ben oltre un semplice omicidio. Le sue non erano fobie, non erano fissazioni.  Ubert sapeva che qualcuno voleva fargli del male e perciò scappava.

Il pm Cantiello (Santa Maria Capua Vetere) ascolt ail padre di Ubert
Il pm Cantiello (Santa Maria Capua Vetere) ascolta, a Fiorano Canavese, il padre di Ubert

La novità nelle indagini
Per diverso tempo le indagini brancolano nel buio. La svolta arriva quando due donne, madre e figlia, vengono viste diverse volte aggirarsi sul luogo dove fu bruciata l’auto di Ubert. La donna più anziana è di origine Dalmata. Questo particolare non è di poco conto. Infatti quel rito inscenato sul luogo del ritrovamento del cadavere di Ubert, apparterebbe, culturalmente, a quella donna. Storicamente erano proprio le tribu che abitavano l’area caucasica e balcanica a praticare maggiormente un rito simile. In ogni caso i carabinieri decidono di perquisire l’abitazione dove rinvengono numerosissimi oggetti, tutti appartenuti a Massimo Ubert. Fu ritrovata, sempre nell’abitazione delle donne, e quindi sequestrata, anche la targa anteriore dell’Opel Tigra bruciata su monte Cajevola.

Nell’auto delle donne una tanica di benzina ed una roncola
Durante la perquisizione a carico delle due donne viene sequestrata anche la loro auto, una vecchia Renault 5. Nell’ampio cofano della vettura, infatti, i Carabinieri trovano una tanica ancora sporca di benzina ed una roncola. Finora però non è stato stabilito che il cadavere di Ubert venne trasportato con quella vettura.  Le donne, e gli altri componenti della famiglia, vengono interrogati, vengono fatte intercettazioni ambientali, indagini, ma a loro carico non si trova nulla di particoalrmente grave.

tracce di riti satanici su monte Cajevola
tracce di riti satanici su monte Cajevola

La pista inquietante delle sette Sataniche
Negli ultimi anni le tracce che indicano una forte attività di messe nere e riti satanici in genere sono sempre più frequenti in tutta la zona. In diverse occasioni sono state rinvenute tracce di celebrazione di messe nere proprio su Monte Cajevola.  Questo potrebbe aprire la pista che collega l’omicidio di Massimo Ubert con le stesse messe nere. Inoltre proprio il luogo dove fu rinvenuta l’auto dell’uomo, completamente bruciata, è da tempo riconosciuto come punto di ritrovo di “sette” e praticanti stregoni. Potrebbe essere che Ubert sia stato una vittima “casuale” di qualche “strano rito” finito poi con il morto. Insomma un uomo solo e sbandato, nel cuore della montagna, avrebbe fatto gola a qualche “gruppo” di “satanisti”. Anche le fasi successive alla morte di Ubert, cioè il corpo adagiato sotto un grosso albero ultracentenario e le scarpe disposte a simboleggiare una lettera “V” con al centro due coltelli, potrebbero indicare che chi ha commesso quel delitto ha poi eseguito una rituale ben preciso.

 

 

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