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VENAFRO – RITORNA ALLA LUCE LO SCHELETRO DI UN NEOANTO: HA 14.000 ANNI

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VENAFRO (di Rachele Izzo) – Scoperto nella pianura di Venafro un neonato preistorico, uno scheletro intatto, lungo 45 centimetri.  Sembra essere la testimonianza infantile di età neolitica più antica d’Italia. È la sorpresa che più ha emozionato l’équipe di archeologi della Soprintendenza del Molise, che insieme al bimbo ha identificato il giacimento neolitico più vasto d’Italia, riaffiorato negli ultimi giorni durante gli scavi di archeologia preventiva per la posa delle tubature del metanodotto in località Tenuta di Nola di Venafro. «È raro che si possa identificare un’area così estesa risalente a quest’epoca, a fronte degli insediamenti più diffusi che si trovano soprattutto nel Tavoliere delle Puglie o della Pianura Padana», avverte Diletta Colombo responsabile dello scavo per la Soprintendenza del Molise. Parliamo di XIII-XII millennio avanti Cristo:  «Nel dettaglio sono stati identificati due insediamenti umani a distanza di circa 800 metri l’uno dall’altro», racconta la Colombo. Il primo insediamento ha una stratigrafia molto complessa. Qui addirittura sono state rinvenute ossa di età precedente, della fase paleolitica. Come spiegano gli archeologi, il giacimento paleolitico è sigillato da uno strato eruttivo e non interferisce con lo strato superiore neolitico, ma siccome l’area è stata frequentata anche in età romana, e i romani hanno scavato un pozzo profondo fino a sette metri, è probabile che nelle operazioni di scavo del pozzo siano scesi fino agli strati più antichi ributtando ossa negli strati superiori. Ma il paleosuolo di fase neolitica è ben conservato. Appare nerissimo, conserva buchi per i pali, focolari riempiti di ceramiche combuste, residui di pasto, cacciagione. Dettaglio non casuale, visto che la fase neolitica segna l’inizio dell’allevamento. Piccoli recinti e un fossato delimitano l’insediamento. Qui sono state identificate tracce di frequentazione dell’età del bronzo, seguita dalla fase romana, quindi è arrivata un’alluvione che ha sigillato tutto, per poi testimoniare una nuova e più giovane frequentazione intorno al IV secolo d.C. L’altro giacimento è pura preistoria: fondi di capanne, focolai, un silos, cioè un pozzo scavato nella terra considerato come una specie di cassaforte al cui interno sono conservate ceramiche, punte di selce, lame di ossidiana, ossia le preziosità del villaggio. In entrambi i casi spiccano le sepolture. Nel secondo villaggio c’è lo scheletro di un adulto. Nel primo villaggio spicca il bambino. Ed è proprio questa l’altra delle caratteristiche che più affascina gli archeologi: «Lo scheletro del bimbo si trova nell’area del suo villaggio, in questo senso è la testimonianza più antica d’Italia di un bimbo all’interno del suo insediamento – avverte la Colombo – è stato rinvenuto oggi così come lo hanno lasciato nell’epoca neolitica, non a caso siamo nella pianura di Venafro che ancora non è stata mai interessata da interventi moderni».  Si sa per certo che le ossa rinvenute sono già state affidate agli esperti del Cnr, per gli opportuni studi e per effettuarne la datazione. Tutto lascia intuire che l’Homo Venafranus fosse molto evoluto e ben organizzato: conosceva il fuoco, si serviva di utensili, di armi, e, molto probabilmente, si era dotato di una precisa organizzazione sociale. Si insediò nell’alta valle del Volturno a seguito di una lenta migrazione iniziata in Africa più di 30mila anni fa.

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