Mignano Montelungo – Rifiuti nel terreno della villa comunale di Cassino. C’è anche un imprenditore casertano tra gli indagati dalla Procura europea. Si tratta di Pasquale De Luca, 54enne titolare della R.D. Ambiente con sede a Mignano Monte Lungo. La vicenda si innesta all’interno dell’inchiesta che ha portato al sequestro della villa comunale di Cassino ad opera dei carabinieri del Gruppo di Frosinone (Nipaaf – Nucleo investigativo di Polizia forestale, ambientale e agroalimentare) guidati dal tenente colonnello Vitantonio Masi, insieme ai Nuclei operativi ecologici (Noe) di Roma e Latina. Fra le persone indagata figura anche un noto imprenditore operante nell’Alto Casertano, si tratta di Pasquale De Luca, 54enne, titolare della impresa R.D. Ambiente di Mignano Montelungo, nell’Alto Casertano. De Luca, insieme agli altri indagati, è stato destinatario di un decreto di perquisizione. Gli altri indagati sono Massimiliano Di Vito, Stefano Minotti, classe 70, di Frosinone; Rocco Di Vito, 30 anni (Isernia), Pasquale De Luca, 54 anni (Caserta) – legali rappresentanti delle ditte coinvolte nei lavori – insieme a Marco Sacchetti, di 56 anni, e Mario Lastoria di 54 (rispettivamente ex direttore dei lavori ed ex Rup, ora funzionario comunale). Secondo le indagini finora svolte nell’ambito dei lavori di rifunzionalizzazione della villa comunale di Cassino – un progetto finanziato con fondi europei del Pnrr – per gli inquirenti nell’area verde sarebbero state smaltite ingenti quantità di rifiuti. In particolare, spiegano gli investigatori, il «capitolato d’appalto per la riqualificazione e la sistemazione a verde del parco pubblico prevedeva espressamente la fornitura e la posa in opera di “terreno coltivo privo di infestanti, residui vegetali e litoidi, con contenuto minimo in sostanza organica del 2%”: questo materiale di alta qualità era stato regolarmente quantificato e prezzato nei computi metrici del progetto». Per le indagini finora svolte, «le imprese esecutrici dei lavori e le ditte fornitrici avrebbero agito in violazione del contratto e delle normative» in danno del Comune. Infatti, invece del terreno vegetale richiesto sarebbero stati sversati all’interno del cantiere cittadino «circa 6.886 metri cubi di materiale qualificato giuridicamente come “rifiuto”». Per gli accertamenti svolti dagli investigatori, questo ingente quantitativo di materiale «sarebbe stato conferito e acquisito a titolo completamente gratuito, mascherato sotto diciture documentali per farlo figurare come aggregato recuperato (End of Waste). Questa condotta avrebbe permesso di eludere le rigorose prescrizioni di legge sulla tracciabilità e la gestione dei rifiuti, conseguendo un duplice profitto: da un lato avrebbe azzerato i costi previsti per il regolare smaltimento in discarica dei materiali e dall’altro avrebbero agito per ottenere il corrispettivo dall’Ente pubblico per la fornitura di un “terreno coltivo”, in realtà mai consegnato. Oltre al danno economico, le indagini avrebbero evidenziato un potenziale rischio per la salute pubblica». Le successive analisi chimico-fisiche di laboratorio avrebbero confermato come «il materiale di riporto fosse contaminato».
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