PIGNATARO MAGGIORE – Solo dopo la chiusura delle elezioni amministrative Pietro Ricciardi ha deciso di rendere pubblica la propria versione sulla vicenda dell’impianto RAEE che sarebbe dovuto sorgere a Pignataro Maggiore grazie ad un finanziamento PNRR da circa 3,5 milioni di euro. Una scelta che appare tutt’altro che casuale e che lo stesso clima politico delle ultime settimane potrebbe spiegare: evitare che una questione così pesante finisse per influenzare ulteriormente il voto. L’impianto, secondo quanto ricostruito dall’amministratore della Pignataro Patrimonio, rappresentava uno dei progetti industriali più rilevanti immaginati negli ultimi anni per il territorio. Il costo complessivo previsto oscillava tra i 5,5 e i 6 milioni di euro, con il finanziamento pubblico che avrebbe coperto una parte consistente dell’investimento. Il resto sarebbe stato sostenuto attraverso formule operative e gestionali che, secondo Ricciardi, erano state già individuate. Ma il punto centrale della vicenda è un altro: il finanziamento era stato ottenuto. Eppure il progetto sarebbe rimasto fermo per anni fino alla rinuncia definitiva. Nel lungo post pubblicato sui social, Ricciardi sostiene che l’impianto non sia saltato per problemi ambientali, tecnici o economici, ma per l’incapacità del sistema pubblico di assumersi responsabilità e prendere decisioni. Tra gli ostacoli principali cita il tema della fideiussione bancaria richiesta per ottenere l’anticipo del finanziamento. Su questo punto, il Ministero avrebbe impiegato quasi due anni anche solo per rispondere ad un quesito relativo alla possibilità, per una società totalmente pubblica e soggetta a controllo analogo, di superare quel vincolo. Nel frattempo, però, il progetto sarebbe rimasto paralizzato tra rinvii, commissariamenti e “continue scelte di non scegliere”, come scrive lo stesso Ricciardi. E questo nonostante, sostiene, fosse stata anche individuata una soluzione alternativa attraverso una partnership pubblico-privato che avrebbe consentito di realizzare e gestire l’impianto senza costi reali per la comunità e mantenendone la proprietà pubblica.
La vicenda assume un peso ancora maggiore per le ricadute che avrebbe potuto avere sul territorio. L’impianto RAEE non veniva infatti presentato soltanto come un investimento industriale o ambientale. Secondo Ricciardi avrebbe rappresentato anche uno strumento capace di produrre effetti economici diretti sulla collettività. Gli utili sarebbero infatti confluiti nella Pignataro Patrimonio, la società pubblica che gestisce il servizio di raccolta differenziata, con la prospettiva di incidere in maniera strutturale sulla riduzione della Tari. C’è poi un altro elemento fortemente simbolico: il progetto sarebbe dovuto sorgere su beni confiscati alla camorra, trasformando un’area sottratta alla criminalità organizzata in un sito produttivo pubblico legato all’economia circolare e al trattamento dei rifiuti elettronici. Alla fine, però, si è arrivati alla rinuncia al finanziamento quando, secondo Ricciardi, non esistevano più tempi ragionevoli per superare i blocchi amministrativi e politici accumulati negli anni. Durissimo anche il giudizio finale sulla macchina pubblica. Ricciardi parla di un settore pubblico “impreparato ad assumersi responsabilità e iniziative che vadano oltre ciò che è decorativo, celebrativo o politicamente innocuo”. Una frase che sembra andare ben oltre la sola vicenda dell’impianto RAEE e che lascia intravedere una frattura ormai evidente tra chi prova a costruire progetti complessi e un sistema amministrativo che, almeno secondo questa ricostruzione, finisce spesso per consumare le opportunità invece di trasformarle in risultati concreti.
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