(di Libero Del Monte) – E se si decidesse di andare a votare in anticipo? Chi ci guadagnerebbe e cosa si rischia davvero? Giorgia Meloni sta davvero analizzando questa possibilità? L’esito referendario ed i tanti esponenti di Governo che, in un modo o nell’altro, hanno dovuto lasciare l’incarico, a partire da Sgarbi, Montaruli, Del Mastro, Sangiuliano, Santanchè e le recenti inchieste che a vario titolo riguarderebbero anche il Ministero (comparto) della Difesa, unitamente al chiaro indebolimento della figura del Vice Premier (e Ministro degli Esteri) Tajani, anche per le sue poco felici esternazioni mediatiche collegate alla (mala ?) gestio della crisi internazionale, il subbuglio interno sia alla Lega (alle prese con l’affaire Vannacci, in attesa di capire quanti voti si sposteranno in direzione Futuro Nazionale), sia a Forza Italia (dove oltre a Gasparri sembrerebbe in discussione tutta la classe Dirigente che finora aveva gestito il partito) come conseguenza obbligata del redde rationem imposto (legittimamente dal suo punto di vista) da Marina Berlusconi all’indomani del fallimento della tanto auspicata riforma della giustizia) hanno in qualche modo fatto ipotizzare alla Premier in carica che quella delle elezioni anticipate sia una delle possibili alternative astrattamente percorribili per uscire dal guado verificatosi per tutti questi fattori sopra descritti. Analizziamo allora gli aspetti “positivi” e quelli “rischiosi” per chi si dovesse rendere protagonista della eventuale restituzione al popolo della scelta elettorale sul nuovo Governo:
1) La prima osservazione: in un partito personalistico ed autoriferito dove, diciamocelo, i veri voti che hanno fatto la differenza nel 2022 li ha portati ed intercettati proprio la Meloni e non chi nelle sue fila è stato “eletto” nella scia dell’entusiasmo per la candidata Premier (ovvero è andato in paradiso per scambio, come si dice dalle nostre parti) le elezioni anticipate sarebbero, da un lato, un modo per contarsi (e riaffermarsi) come leader di partito, dall’altro un modo indiretto per scrollarsi (finalmente e forse in colpevole ritardo) di dosso buona parte di quel parassitismo disfunzionale che è stato, in fin dei conti e probabilmente il più grave errore fatto dalla Meloni nelle scelte dei singoli soggetti a cui affidare Dicasteri, Ruoli ed anche spazi a chi forse non ne era all’altezza, facendo così implodere una struttura che era in qualche modo riuscita a convincere l’elettorato.
2) In secondo luogo Le consentirebbe di affrontare (andando alle urne a giugno o al massimo a settembre) un campo largo non ancora organizzato – nemmeno quanto a leadership da proporre – incapace di reagire in maniera efficace per provare a vincere le elezioni quattro anni fa.
3) L’ultimo dato positivo è poi quello di non dover arrivare alla scadenza naturale con una coalizione claudicante e lacerata da una serie di problematiche emerse tutte insieme e che la farebbero navigare a vista in un mare di insidie, non ultima e da non sottovalutare gli sviluppi di alcune nuove inchieste che sono in fase di approfondimento da parte di una Magistratura uscita molto rafforzata ed autoritaria dall’esito referendario e quindi ancor più credibile nelle eventuali azioni in fase di approfondimento investigativo. Quanto agli aspetti negativi il vero spettro è quello del rischio che il fronte (e l’esito….) referendario possa davvero trasformarsi in un suffragio – nelle urne – contro l’attuale Governo. Ed allora Si’ che il No sarebbe il peggiore incubo di un Governo democraticamente scelto, ma che, evidentemente ha finito col deludere le aspettative di medio e lungo termine generando quella mobilitazione spontanea che ha scelto il quesito referendario per manifestare, alla prima occasione utile, il proprio disappunto anche e soprattutto in chiave politica.
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