(di Carlo Pascarella) – Intervista a Gennaro Del Prete a quasi ventiquattro anni dall’uccisione del padre Federico a Casal di Principe: memoria, responsabilità civile e il dovere di restare vigili. «Mio padre mi disse prima di morire: già puzzo di morte, ma non posso voltarmi dall’altra parte, non posso abbandonare le persone che mi hanno dato fiducia».
Queste parole furono pronunciate da Federico Del Prete in un mercato dell’Agro aversano, poche settimane prima della sua tragica uccisione. Un frammento di coraggio e integrità che attraversa il tempo, interrogando le coscienze e le responsabilità di una comunità intera. Oggi a raccoglierne l’eco è il figlio Gennaro, funzionario del Ministero della Giustizia e autore, che riflette sul sacrificio del padre e sull’eredità morale che guida la sua vita.
Federico Del Prete era un sindacalista degli ambulanti profondamente impegnato a difendere i più vulnerabili dai racket delle estorsioni “targato” clan dei Casalesi, operando nell’Agro aversano e nell’hinterland napoletano, quando quei territori erano dominati dalla criminalità organizzata. Uomo di integrità, grande schiettezza e discrezione, portava avanti la lotta contro la camorra senza clamore. La sua uccisione il 18 febbraio 2002 (a Casal di Principe) rimane una delle pagine più dolorose delle vittime civili della criminalità organizzata in Campania.
Gennaro aveva poco 22 anni quando perse il padre. Dopo l’esperienza nell’Esercito italiano e missioni umanitarie all’estero, ha intrapreso un percorso nelle istituzioni civili, ricoprendo incarichi delicati nell’ambito delle misure alternative alla detenzione. Parallelamente ha studiato i fenomeni criminali, fondato un’associazione autonoma e scritto “La Giustizia non esiste”, un libro che racconta l’impegno civile e la necessità di vigilanza contro le infiltrazioni mafiose nei settori pubblici e privati.
Gennaro Del Prete, chi era suo padre nella dimensione privata, prima ancora che pubblica?
«Mio padre era un uomo semplice ma di sostanza, profondamente dedito alla famiglia e al lavoro. Era una persona disponibile, ma anche scorbutica quando necessario. Diceva sempre ciò che pensava, e questo carattere lo portava a non nascondere le ingiustizie che osservava nei mercati. Allo stesso tempo era riservato su alcuni aspetti della sua attività sindacale, per proteggerci, perché sapeva che esporsi comportava rischi enormi. Era anche un fratello esemplare, un paciere nelle famiglie e un uomo che non si faceva i fatti propri. La sua bontà e il coraggio convivevano in maniera rara; la sua nobiltà d’animo era evidente».
C’è un episodio che oggi sente come una bussola morale?
«Sì. Ricordo un incontro al mercato di Frattamaggiore, poco dopo essere tornato da una missione all’estero. Pochi giorni prima gli avevano incendiato la casa e l’auto. Preso dalla paura e dallo sconforto, gli chiesi perché non mollasse tutto. Lui, sistemandosi la giacca, mi disse: “Io già puzzo di morte, ma non posso abbandonare le persone che mi hanno dato fiducia“. Quelle parole mi hanno segnato per sempre. In quel momento c’era tutto: responsabilità verso gli altri, senso del dovere, coraggio, e quella stessa lezione l’ho portata con me anche nella mia esperienza professionale e associativa».
La morte di Federico Del Prete viene definita “omicidio di camorra”. È una definizione sufficiente?
«È vera, ma incompleta. Mio padre è stato ucciso materialmente dalla camorra, ma leggendo le carte processuali si capisce che i mandanti effettivi probabilmente risiedono altrove, in scrivanie regionali o centrali. L’omicidio ha molte facce: imprenditoriale, criminale e politica corrotta. È un caso emblematico di come le responsabilità civili e morali siano spesso più complesse di quanto sembri».
In quasi ventiquattro anni, come è cambiata la criminalità organizzata?
«La camorra si è evoluta, adattandosi ai nuovi trend di mercato e alle logiche politiche e imprenditoriali. È diventata più “società per azioni” e meno sanguinaria. La mia esperienza nell’esecuzione penale esterna mi mostra un aumento dei reati dei colletti bianchi, della corruzione. Chi fa il proprio dovere continua a rischiare, ma ora il pericolo si nasconde anche nei settori legali e istituzionali, non solo nelle strade».
Servono ancora figure eroiche o una consapevolezza collettiva?
«Le persone coraggiose pagano un prezzo alto e vengono spesso lasciate sole. Oggi serve più consapevolezza, cittadinanza attiva, unione. La legalità non è affidata a eroi solitari: è un compito collettivo, che richiede attenzione, impegno e partecipazione concreta per cambiare le cose in politica, negli enti pubblici e contro la criminalità organizzata».
Ha sentito di dover raccogliere l’eredità di suo padre. È stata una scelta o una necessità?
«Per me è stata una necessità morale. Conoscere e raccontare mio padre mi ha aiutato a costruire la mia identità. Negli ultimi anni ho dovuto staccarmi dalla sua figura per essere riconosciuto come Gennaro Del Prete, non solo come “figlio di”. È stato un passaggio difficile ma necessario per vivere la mia vita e il mio impegno in autonomia».
Nel suo libro La giustizia non esiste, che spazio ha Federico Del Prete?
«Il libro è un inno a chi lotta ancora per la giustizia, non un attacco alle istituzioni. Mio padre è presente come origine del mio percorso, ma ho dato maggiore spazio alla mia esperienza ventennale nell’impegno sociale, nella pubblica amministrazione e nell’associazionismo antimafia. Ho voluto mostrare come anche il terzo settore possa essere terreno di controllo o infiltrazione, sottolineando la necessità di vigilanza e responsabilità civica».
Il Premio nazionale Federico Del Prete: quale valore trasmette e quando si tiene?
«Il Premio nazionale Federico Del Prete nasce per dare voce a persone comuni impegnate nella legalità, a vittime civili spesso dimenticate. È autofinanziato, itinerante, ospitato in luoghi simbolici e di alto valore culturale. Negli anni si è svolto, tra gli altri luoghi, al Real Sito di Carditello e al Maschio Angioino di Napoli. Quest’anno si terrà il 18 febbraio a Napoli, giorno dell’anniversario della morte di mio padre. Attraverso il premio voglio mostrare che lo Stato esiste, dare risalto a chi opera nel terzo settore, all’associazionismo antimafia e a chi lavora per la legalità quotidiana, spesso senza riconoscimenti».
Se suo padre potesse assistere oggi a questo impegno, cosa direbbe?
«Forse mi direbbe di stare attento. Ho sognato mio padre anni fa: ero al caffè con una persona nota sul nostro territorio, lui si avvicinò alle mie spalle e in dialetto napoletano disse: “Stai attento, guarda sempre con chi hai a che fare”. Sarebbe orgoglioso del mio impegno, e mi confermerebbe quanto sia importante la vigilanza nel mondo della legalità. Sarebbe un monito e un incoraggiamento insieme».
Nel silenzio che segue le parole di Gennaro Del Prete, rimane un insegnamento chiaro: la legalità non è mai acquisita una volta per tutte. È un esercizio quotidiano, fragile, che richiede memoria, coraggio e responsabilità condivisa. La storia di Federico e Gennaro Del Prete non cerca celebrazioni rituali, ma invita tutti a non voltare lo sguardo, a riconoscere che ogni azione civile, ogni denuncia e ogni gesto di coraggio è un tassello indispensabile per costruire una società più giusta.
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