Caserta / Agro Caleno / Litorale Domizio (di Carlo Pascarella) – Dalle recenti operazioni in provincia, di cui una nell’Agro Caleno, emerge che la criminalità continua a stringere l’economia mutando linguaggio e strategie.
Caserta non tace: sussurra. E in quel sussurro si annida una delle forme più subdole di dominio criminale contemporaneo. Non più l’intimidazione plateale, non più l’eco delle bombe o le minacce urlate nei vicoli, bensì un controllo silenzioso che si insinua nelle fragilità quotidiane.
Nel 2025 il racket nella provincia di Caserta ha abbandonato la teatralità della violenza per assumere le sembianze rassicuranti del soccorso economico, trasformando l’usura nel proprio strumento privilegiato. Dalla città capoluogo fino all’hinterland, attraversando Aversa, Marcianise, Maddaloni, Santa Maria Capua Vetere, Capua, Casal di Principe, Castel Volturno, Mondragone, il quadro che emerge dalle più recenti attività investigative restituisce un fenomeno tutt’altro che residuale. L’usura si manifesta come un sistema finanziario parallelo, capace di intercettare imprenditori in difficoltà, commercianti in affanno, famiglie travolte dall’aumento dei costi e della contrazione del credito legale.
Tra le operazioni reali più significative del 2025 spiccano alcuni interventi giudiziari che restituiscono concretezza al fenomeno. A giugno 2025, due uomini di 57 e 50 anni, sono stati arrestati dai Carabinieri con l’accusa di usura ed estorsione ai danni di un imprenditore casertano. I tassi applicati oscillavano tra il 25% e il 40%, con pagamenti mensili forzati e guadagni sproporzionati su prestiti di poche centinaia di euro. L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha permesso anche il sequestro di beni di valore, tra contanti, gioielli e orologi di lusso.
Un secondo caso riguarda una coppia di coniugi e un familiare coinvolti in un’attività di usura tra i comuni dell’Agro Caleno, con interessi oscillanti tra il 40% e il 140%, con periodi di restituzione che si estendevano per anni. L’operazione, eseguita dai Carabinieri, ha portato a misure cautelari eseguite a gennaio 2025 e ha evidenziato come l’usura non si limiti a piccoli prestiti, ma diventi strumento di controllo e pressione duratura sulle vittime.
Un terzo intervento significativo ha visto protagonista la Guardia di Finanza di Caserta, che ha eseguito misure cautelari a carico di due persone ritenute responsabili di prestiti usurari e pressioni nei confronti di un imprenditore locale. Le indagini hanno portato al sequestro di contanti e beni di lusso, tra cui orologi e gioielli, documentando come anche soggetti formalmente estranei alla criminalità organizzata possano diventare veicolo di dinamiche predatorie.
Il territorio casertano, segnato da una lunga storia di presenza camorristica, continua dunque a rappresentare un laboratorio criminale avanzato. Le risultanze giudiziarie richiamano, con la cautela dovuta, riferimenti a gruppi riconducibili alle famiglie Schiavone e Bidognetti, non come evocazioni suggestive, bensì come elementi ricorrenti negli atti investigativi. Una criminalità che non cerca visibilità, ma stabilità; non consenso apparente, ma controllo strutturale.
Nel 2025 l’usura non pretende soltanto denaro. Reclama silenzio, influenza, capacità di incidere sulle scelte economiche. Penetra nei consigli di amministrazione, orienta forniture, assorbe attività in difficoltà. È una forma di dominio che non distrugge immediatamente, ma svuota lentamente, lasciando sul campo imprese formalmente vive ma sostanzialmente asservite.
Aversa emerge come crocevia commerciale sensibile; Marcianise come polo logistico e produttivo; Maddaloni e Santa Maria Capua Vetere come territori di interconnessione; Castel Volturno e Mondragone come spazi di sovrapposizione tra economia sommersa e flussi illeciti. Confermata l’intensità delle dinamiche predatorie anche in comuni minori, più esposti alla pressione diretta. Un mosaico in cui il racket si muove con competenza manageriale, sfruttando le debolezze del sistema e la solitudine delle vittime.
Magistrati come Nicola Gratteri e Giovanni Melillo hanno più volte sottolineato come la mafia contemporanea punti a diventare sistema economico prima ancora che organizzazione violenta. Una riflessione che trova riscontro concreto nella provincia di Caserta, dove il racket prospera nella penombra della paura e della rassegnazione.
Il dato più allarmante resta la sottodenuncia. Non soltanto per il timore di ritorsioni, ma per la paura di essere esclusi, delegittimati, lasciati soli. Ed è proprio in questo vuoto che l’usura consolida il proprio potere. Le recenti operazioni dimostrano che la risposta dello Stato è presente, articolata, determinata. Arresti, sequestri, confische e interdittive antimafia rappresentano argini necessari. Ma senza credito legale accessibile, senza strumenti di sostegno reale, senza una cultura diffusa della legalità economica, il rischio è che il vuoto venga nuovamente occupato dal denaro criminale.
La provincia di Caserta si trova oggi davanti a una responsabilità collettiva. Spezzare il cappio invisibile dell’usura significa restituire futuro, dignità e libertà economica a un territorio che troppo a lungo ha pagato il prezzo del silenzio. Perché il racket, quando non fa rumore, diventa ancora più pericoloso. E solo la luce della consapevolezza può impedirgli di continuare a stringere.
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