Casagiove (di Carlo Pascarella) – Intervista a don Stefano Giaquinto, parroco di San Michele Arcangelo di Casagiove, sacerdote di frontiera impegnato nel sociale, nell’educazione dei giovani e nella resistenza quotidiana alle mafie invisibili del territorio. «La camorra oggi non spara quasi più, ma continua a occupare coscienze, silenzi e appalti». È questo il pensiero netto, privo di infingimenti, con cui don Stefano Giaquinto apre il nostro colloquio telefonico. Un’affermazione che non cerca effetti speciali, ma affonda nella realtà di una provincia che ha cambiato pelle senza mai liberarsi del tutto dalle proprie ombre.
Sacerdote della parrocchia di San Michele Arcangelo di Casagiove, don Stefano è una figura profondamente radicata nel tessuto sociale casertano. Uomo di Chiesa e di strada, analista severo delle dinamiche criminali, pastore che non arretra davanti alle ferite del suo popolo. Sin dall’inizio dell’intervista ha chiesto una cosa semplice ma significativa: «Diamoci del tu». Una scelta che non è solo forma, ma sostanza: abbattere distanze, entrare nel dialogo senza filtri, come si fa tra persone che condividono responsabilità e inquietudini.
Don Stefano, il tuo sacerdozio è intimamente legato al territorio. Quali trasformazioni hai colto negli ultimi anni nella vita quotidiana delle persone?
«La vita, ovunque, alterna stagioni luminose e passaggi duri. Vale per tutti: per un prete, per un politico, per un imprenditore, per un semplice lavoratore. Qui questa alternanza è più evidente. Io sono casertano e rivendico con orgoglio questa appartenenza. È la terra di don Peppe Diana. I cambiamenti ci sono stati, e anche profondi. In alcuni luoghi vedi opere, linguaggi nuovi, segni concreti che parlano di memoria attiva. In altri contesti il lavoro è ancora enorme. Ma qualcosa si muove. C’è un profumo di domani che si avverte, anche grazie all’impegno del vescovo Lagnese e della sua équipe».
La camorra non è soltanto violenza armata, ma anche mentalità, adattamento, rassegnazione. Come la si contrasta da una parrocchia di provincia?
«La camorra ha avuto due volti. Quella feroce degli anni Ottanta, che uccideva e seminava terrore. E quella attuale, molto più silenziosa, meno eclatante ma diffusissima. Oggi non spara quasi più, ma penetra negli appalti, nelle relazioni, nei meccanismi quotidiani. Non ho bacchette magiche. Posso dire però una cosa con convinzione: bisogna formare le coscienze. E smetterla di dire che i giovani sono il futuro. È una frase che rischia di diventare un alibi. I giovani sono il presente. Parrocchia, scuola e famiglia devono educare davvero, nel senso autentico di educere: prendere per mano».
I giovani sembrano spesso lontani dalle istituzioni. Come può un prete mantenere un legame autentico con le nuove generazioni?
«Bisogna starci dentro, non limitarsi a parlare. Non puoi pensare che un percorso sacramentale standard basti. Devi entrare nei loro spazi, nei loro linguaggi, persino nello spogliatoio che rappresenta la loro anima. Devi viverli. Condividere. Immergerti. Abbiamo conosciuto anche sconfitte dolorosissime: ragazzi morti di droga, vite spezzate. Non è vero che non si muore più. Si continua a morire, e spesso nel silenzio».
Nelle comunità del territorio emergono solitudine, precarietà, marginalità. Qual è oggi la richiesta più urgente rivolta alla Chiesa?
«È la solitudine. Basta guardare alla mensa, alle docce, ai luoghi delle opere-segno: file di persone, storie fragili, volti segnati. Dietro tutto questo non c’è un io, ma un noi. Ho invitato giovani e adulti in difficoltà a incontrarci proprio lì, nei luoghi dei poveri. Oggi c’è un bisogno enorme di una mano concreta, non teorica».
Se dovessi lasciare un messaggio a chi vive questo territorio con paura o sfiducia, quale parola sceglieresti?
«Speranza. E subito dopo una richiesta chiara: non abbandonare questa terra. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente, di giovani capaci che restino. Questa è una terra bellissima. Dobbiamo dare ragione alla speranza con i fatti, non con le promesse da campagna elettorale. Basta con la teologia delle chiacchiere: serve la teologia dei fatti».
Le parole di don Stefano Giaquinto non cercano consolazioni facili. Restituendo complessità, responsabilità e visione, indicano una strada esigente: restare, educare, abitare le ferite senza paura. Perché il cambiamento, come la speranza, non nasce nei proclami, ma nella coerenza quotidiana di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte.
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