Casapesenna / Lucca – Si è svolto ieri il funerale di don Salvatore Zagaria, l’ex parroco morto pochi giorni prima, consumato dal dolore per le accuse che gli sono state mosse dalla sua stessa Chiesa attraverso l’ex vescovo Don Valentino Di Cerbo, una figura, quest’ultima, che difficilmente sarà ricordato per qualche buona opera compiuta durante il periodo in cui ha guidato il gregge dell’intera diocesi di Alife Caiazzo. Don Salvatore venne accusato e scomunicato, accuse che lui ha sempre fermamente respinto professandosi innocente. Una innocenza che ha gridato fino al suo ultimo respiro.
La commemorazione dell’avvocato Sergio Cavaliere, amico e legale di don Salvatore Zagaria:
“È appena morto don Salvatore Zagaria. Finisce questa indegna farsa della scomunica e della remissione in articulo mortis. È morto un uomo buono, un sacerdote, che voleva praticare null’altro che la missione per cui si sentiva chiamato. È morto sfiancato dalle sofferenze di una ingiusta estromissione da quella Chiesa matrigna che non accettava la sua semplicità disarmante.
Disarmante come la verità che raccontava, sulla sua vicenda. Rimpianto da tutti i suoi ex parrocchiani, ricordato in vita semplicemente come un uomo buono.
Sfiancato da chi lo aveva accusato di scisma, per aver osato pregare con altri cristiani, di un’altra chiesa, in una preghiera ecumenica. Questa la ragione ufficiale della scomunica tra sacerdoti che osano chiamarsi fratelli e odiarsi a vicenda. In nome dell’amore cristiano. Espulso, privato di ogni mezzo di sostentamento, lui che per la sua missione aveva speso ogni risorsa personale, in Italia ed in Albania, dove era stato inviato col miraggio di costruire la spiritualità celestiniana in terra di missione.
Vani i tentativi di spiegare il malinteso, o forse la mala fede di chi lo aveva denunciato come scismatico. Sempre con umiltà, disposto ad ogni atto di sottomissione, di scuse, di perdono, per colpe mai commesse. Implacabili i vertici di quella Chiesa di “fratelli” lo avevano messo alla porta.
Sconosciute le vere ragioni che hanno mosso la pertinace ostilità di altri sacerdoti nei suoi confronti, anche con pubbliche esternazioni, davanti a centinaia di confratelli. Inutile ogni richiamo alla carità cristiana, non da lui personalmente, che per pudore non avrebbe osato fare, ma da chi ha perorato la sua causa. La carità che si pratica, non si proclama dall’altare di una chiesa. Si pratica come lui la aveva praticata in silenzio, in ogni comunità dove aveva esercitato il suo ministero. Finisce questa indegna farsa della scomunica e della sua remissione in articulo mortis. Un penoso espediente per fingere quella misericordia che i monsignori non hanno avuto quando don Salvatore la aveva chiesta. L’ingiustizia si è compiuta, fino alla fine.
PaeseNews quotidiano di Terra di Lavoro online Le notizie di Caserta e provincia