Caianello – Ginevra, in coma da 24 anni: la battaglia del marito e del figlio contro la malasanità e l’indifferenza

Caianello Mia moglie Ginevra è in coma da 24 anni. Una condizione che dovrebbe smuovere empatia, attenzione, responsabilità, e invece, per il sistema sanitario, non esiste. Non esiste lei, e non esistiamo neanche noi che l’accudiamo ogni giorno con amore, dolore e determinazione.
Voglio pubblicamente denunciare e lo farò anche nelle opportune sedi, che oggi per l’ennesima volta, siamo stati vittime di qualcosa che va oltre il disservizio. Siamo stati vittime di una violenza istituzionale che ha il volto dell’indifferenza e la voce della burocrazia.
Mi sono recato presso gli uffici ASL per richiedere una prestazione sanitaria dovuta, urgente, documentata. Nessuna pretesa, solo ciò che la legge riconosce come diritto, ma anche stavolta, come troppe altre volte, ho trovato un medico che ha scelto di non fare. Non ha chiesto, non ha valutato, non ha mostrato alcuna umanità. Mi ha liquidato in pochi minuti, con frasi scariche di significato, con uno sguardo distaccato e una voce piena di fastidio.
Un medico che ha preferito voltarsi dall’altra parte, un medico che ha trattato me, marito e tutore, come un importuno. E ha trattato mia moglie, una donna che non può difendersi, che non può parlare, come se fosse un numero su un foglio, una seccatura amministrativa da rimandare. Mi ha esasperato, mi ha spinto al limite, mi ha umiliato, ma soprattutto, ha mancato di rispetto a mia moglie, alla sua condizione, alla sua dignità.
E io mi chiedo, e vi chiedo in che Paese viviamo, se anche chi è in coma da 24 anni può essere ignorato così, senza vergogna, senza conseguenze?
Che razza di medicina è questa, se un medico può rifiutarsi di agire per indifferenza, per disinteresse?
Che senso ha parlare di diritto alla salute, se poi bisogna lottare con i denti per ottenerlo, anche quando si rappresenta legalmente una persona fragile e indifesa?
Io non sto più zitto.
Non lo faccio per me, lo faccio per lei. Perché mia moglie non è un relitto umano, non è un foglio da
archiviare. È una persona, è una cittadina. Ha diritto ad essere curata, ha diritto ad essere rispettata. E chi rappresenta lo Stato, perché questo dovrebbe essere un medico in una struttura pubblica, ha il dovere di ascoltare, valutare, agire. Non di chiudersi dietro una porta e dire “non è affar mio”.
Oggi denuncio tutto questo pubblicamente.
Perché chi sbaglia deve rispondere, perché chi assiste da casa deve sapere che non è solo e perché chi ancora ha coscienza e umanità, dentro le istituzioni, deve essere chiamato ad agire. Perché qui non si tratta più solo di una prestazione sanitaria. Qui si decide se uno Stato è in grado di proteggere i suoi cittadini più fragili o se li lascerà morire, lentamente, nel silenzio e nell’umiliazione. Noi non lo permetteremo mai. Non finché viviamo e non da marito e figlio.
(nota a cura di Angelo Schiavone e Andrea Schiavone, tutore e protutore di Ginevra Fargnoli in coma da 24 anni)

 

 

 

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