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CASAL DI PRINCIPE – Camorra, annullata in appello la condanna a Sandokan

CASAL DI PRINCIPE  –  E’ stato assolto nel merito il capo indiscusso del clan dei Casalesi Francesco Schiavone detto Sandokan. La corte di Appello di Napoli, lunedì scorso, con un dispositivo di dieci pagine, ha annullato la sentenza di primo grado con cui i giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere avevano condannato nel 2012 il boss, già ergastolano, a un anno di isolamento. Schiavone Sandokan e il suo “collega” Antonio Iovine detto O’Ninno, due giorni fa sono stati prosciolti dalle accuse mosse dalla Dda di Napoli nel 2008. Quarantacinque sono gli imputati ai quali è stata ridotta in maniera sensibile la pena nello stesso processo. L’inchiesta era nata dal ritrovamento di un elenco di persone e di cifre in denaro contenute nella pen-drive del computer di Vincenzo Schiavone detto «Copertone», conosciuto così per la sua passione di smaltire pneumatici incendiandoli sotto ai piloni dell’autostrada, salvo finire lui stesso ucciso da un tumore al cervello due anni fa per aver inalato cancerogeno per troppo tempo. Dentro la memoria informatica c’era un tesoro per i pm dell’Antimafia di Napoli: contabilità, stipendi agli affiliati e contributi alle famiglie che contano. Una in particolare, era quella composta dai sette figli di Sandokan, annotata sul documento word di Enzo «Copertone». «L’annotazione del cognome nel computer è un indizio, non una prova», aveva tuonato in aula nella sua discussione finale l’avvocato della famiglia Schiavone, Mauro Valentino.  In realtà, durante il dibattimento che si è poi svolto nei confronti dei 45 imputati a Santa Maria Capua Vetere, i collaboratori di giustizia avevano raccontato della malefatte del clan che riguardavano anche il periodo successivo al 2005, ma i pm dell’epoca, Giovanni Conzo e Francesco Curcio, non modificarono il capo d’imputazione nel corso delle udienze. Modifica che avrebbe potuto estendere la contestazione associativa anche al periodo che includeva il dicembre del 2005. I giudici di primo grado, dunque, si erano adeguati e avevano condannato gli imputati sulla base di ciò che era emerso in dibattimento, pur senza modificare nulla. In appello, però, i magistrati giudicanti si sono accorti di trovarsi di fronte a una sorta di pasticcio giuridico e hanno applicato la vecchia norma. (Marilù Musto)

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