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Quelli del branco

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Sono circa 30, ma il numero potrebbe crescere, i giovani che il 2 giugno a Peschiera del Garda sembrano essere stati coinvolti, secondo la Procura di Verona, in risse, vandalismi in spiaggia e aggressione ad almeno cinque ragazze a bordo del convoglio diretto a Milano. Nel registro degli indagati ancora nessun nome, ma la macchina della Giustizia si è messa in moto insieme a quella della politica che negli ultimi giorni ha inteso sollevare una sterile polemica sull’appartenenza o meno, dei minori interessati, a famiglie di immigrati di seconda generazione.  Sono minori di età, si radunano in spiaggia con Tick Tock, ricorrono al fumo e all’alcool, raggiungono una stazione ferroviaria, attraversano i binari violando le norme di sicurezza e aggrediscono violentemente delle ragazze salite sullo stesso treno.
E’ uno spaccato dei nostri tempi, è la sommatoria di tanti Istituti (famiglia, scuola, politica, società, media) concepiti e gestiti dagli adulti in modo a quanto pare inefficace. Da chi è composto il ‘branco’, chi sono e di chi sono questi figli? Qualcuno andrà a dichiarare che sono frutto della seconda generazione di immigrati, o della prima, ma chi sono? Altri prenderanno le distanze dagli autori di queste condotte scellerate, quasi a voler giustificare la propria estraneità. In realtà, siamo onesti, siamo onesti soprattutto noi che esercitiamo il ruolo difficilissimo di genitori e nel contempo quello di esponenti delle Istituzioni, di esperti in materia, e nello specifico di garanti dei diritti dei minorenni. Il ‘branco’ è la risultanza fallimentare e cariata di un processo evolutivo delle nuove generazioni.
Il ‘branco’, è notorio, assume una forza di trascinamento difficile da arrestare soprattutto se nutrita sia dalle fragilità dei componenti e sia dall’assunzione individuale di sostanze da stato confusionale. Quando si innesca la marcia di avvio, su impulso di uno o di più componenti, il ‘branco’ perde il controllo, parte l’emulazione in negativo, tutti compiono le stesse azioni in modo corale, e scende la nebbia della incontrollabile inconsapevolezza. Nessuna giustificazione di sorta, azioni delittuose restano gravi e tali a prescindere dai meccanismi citati. Sta di fatto, che troppo spesso le comunità giovanili sembrano più essere attratte dal negativo che dal positivo, e questo dato deve far riflettere. I giovani sono figli di un sistema famiglia, che può essere a noi vicino o lontano, un sistema famiglia inglobato in altro più grande chiamato sistema società, quest’ultimo in altro ancora denominato Paese.
Se ne desume che il ‘branco’ appartenga a tutti, e che le misure coercitive esemplari che molti auspicano, individuate le singole responsabilità in capo a ogni minore coinvolto nel circuito penale del Tribunale per i Minorenni di competenza, non sortiranno gli effetti auspicati se l’attenzione dell’adulto non tornerà ad essere alta e costante. I ragazzi vanno rieducati, riabilitati attraverso il dialogo, le passioni, le emozioni, l’esempio, il gioco, il lavoro, lo studio, la formazione e le lacrime, quelle che ogni adulto saprà loro mostrare tutte le volte che torneranno a sbagliare in modo fortemente irresponsabile, perché la migliore cura è la vocazione verso le giovani vite!

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