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Ti capita mai di avere pensieri ripetitivi?

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Quante volte ti sarà capitato di dirti “Rifletti bene su ciò che hai fatto”oppure “Pensaci attentamente prima di prendere una decisione” in situazioni problematiche.  I pensieri ripetitivi che alla lunga provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale sono il rimuginio e la ruminazione, due processi cognitivi caratterizzati da uno stile di pensiero disfunzionale e mal adattivo.  Vediamo le differenze:
il rimuginio è legato principalmente all’ansia in quanto le sue tematiche sono legate all’anticipazione di una minaccia futura, ed è caratterizzato dalla presenza ciclica di pensieri valutati come incontrollabili ed intrusivi, incentrati su contenuti catastrofici che riguardano possibili avvenimenti futuri, con valenza negativa ed incontrollabili, attivati nel tentativo di mettere in moto un problem solving mentale su una questione dal risultato incerto. Tale modalità di pensiero ci chiude nella nostra mente, ci isola nei pensieri, ci tiene lontano da ciò che ci circonda, ci assorbe e mette in rilievo informazioni e contenuti spiacevoli, inoltre ci impedisce di dimenticare cioè di andare oltre un brutto pensiero o una sensazione spiacevole, perchè quando si inizia a rimuginare è difficile smettere e diventa estremamente dispendioso in termini di risorse cognitive, di sofferenza emotiva, comporta un spreco di tempo e non conduce alla risoluzione di problemi, anzi mantiene e la aggrava la patologia ansiosa. Tale modalità è presente in molti disturbi d’ansia. Non  sempre però il rimuginio è patologico, rientra nella normalità quando ad esempio la notte prima degli esami la passate a prevedere ogni domanda possibile, oppure al primo appuntamento vi mettete davanti allo specchio a provare battute, frasi romantiche e pose che sembrano tutte ridicole, oppure provare e riprovare vestiti e si cade nella disperazione perché nessuno vestito vi piace. Quindi a tutti noi è capitato almeno una volta di essere particolarmente preoccupati in vista di un evento importante come un esame universitario, il matrimonio oppure un colloquio di lavoro, di aver passato notti insonni a pensare alle possibili previsioni negative “andrà sicuramente male” “chissà cosa mi chiederanno”ecc.
Mentre la ruminazione è uno stile  di pensiero disfunzionale, maladattivo e si focalizza sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative, è persistente, circolare e depressivo. Tali pensieri non portano a modalità di problem solving, anzi ottengono un effetto di paralisi e impotenza di fronte alla sofferenza emotiva “Che cosa c’è che non va in me?”. Le tematiche sono solitamente orientate al passato, come perdite o fallimenti personali, situazioni stressanti vissute, che vengono analizzate in uno sforzo cognitivo di ricerca delle possibili cause e conseguenze.
La ruminazione è associata allo sviluppo di sentimenti depressivi, ma un ruolo importante anche nell’insorgenza dei sintomi post-traumatici a seguito dell’esposizione ad un evento, è presente anche nel Disturbo d’Ansia Sociale ed in tanti altri disturbi. In presenza di sintomi di sofferenza psicologica la ruminazine ne intensifica e ne prolunga la durata e le probabilità di una cronicità. La ruminazione quindi si attiva come tentativo di controllo dell’emozione negativa, tuttavia, tale processo nel tempo aggrava l’intensità dello stato d’animo negativo, induce a un maggiore abbassamento dell’umore, e comporta una distorsione della percezione sia di se stessi, in termini negativi, sia dell’ambiente circostante (Wells, 2009). Quando si rumina l’attenzione è spostata totalmente sulle proprie sensazioni e sui propri pensieri, allo scopo di comprenderne il significato, le cause e le conseguenze del proprio stato d’animo, in questo modo si amplifica la percezione individuale di essere incapace di fronteggiare la situazione e di valutare eventuali alternative, che possano sia attivare emozioni positive sia produrre soluzioni più adeguate al raggiungimento dello scopo. L’utilizzo continuo e costante della ruminazione determina l’automatizzazione di tale processo che provoca in chi la sperimenta un senso di mancanza di controllo sui pensieri ed evidente abbassamento del tono dell’umore. La ruminazione induce l’individuo a focalizzare il pensiero su informazioni negative “irrilevanti” anziché sulla memoria correlata all’evento traumatico, impedendogli quindi di impegnarsi in un’elaborazione cognitiva ed emotiva funzionale dell’evento (Michael et al., 2007; Echiverri, Jaeger, Chen, Moore, Zoellner, 2011).  In questo periodo pandemico dove tutto si acutizza e dove  i ritmi quotidiani sono in costante rottura e si cerca di ritrovarne di nuovi, può capitare che queste modalità di pensiero si acutizzino portando con sé una maggiore sofferenza emotiva.
Le terapie cognitive più recenti hanno sviluppato varie tecniche per fronteggiare tali modalità di pensiero come la Mindfulness, meditazione, vissuta come prestare attenzione a se stessi in modalità non giudicante, è una pratica di consapevolezza che se costante si contrappone direttamente al rimuginio. Se dedico ogni giorno 20/30 minuti a distogliere la mente dai suoi pensieri ricorsivi reindirizzandola sulla presenza consapevole, sul respiro, sul presente, certamente la mente apprenderà a rimanere lì e ad essere pian piano consapevole. Vi sono tante altre tecniche utilizzate dalla terapia cognitiva in cui l’obiettivo non è quello di non pensare, ma bensì quello di poter scegliere di farlo e di non lasciarsi travolgere da tali pensieri automatici negativi.

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