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Sessa Aurunca – Francesco Ianniello inserisce Sessa Aurunca nel libro: “In viaggio tra i borghi d’Italia”

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Sessa Aurunca – Sessa Aurunca è stata inserita nell’antologia di racconti “In viaggio tra i borghi d’Italia” (in tutte le librerie dal 23 luglio) pubblicata dalla Dario Flaccovio Editore e curata da Andrea Petroni, il più noto travel blogger italiano, che ha promosso il contest di scrittura durante la pandemia attraverso i suoi canali social coinvolgendo centinaia di utenti. Dopo un’accurata selezione, il libro raccoglie novantadue mini racconti, con fotografie annesse, inviate da neofiti scrittori e semplici appassionati o abitanti di piccoli, e spesso sconosciuti, borghi. Il fascino di luoghi preziosi e incastonati tra tutte le regioni, narrati da chi li vive e li ama, racconto collettivo di un’Italia che non ha mai smesso di valorizzare e di amare le sue bellezze e la sua storia. La copertina è un omaggio alla regione più colpita dalla pandemia, la Lombardia, con l’Eremo di Santa Caterina del Sasso a Leggiuno sul Lago Maggiore.

Il racconto su Sessa Aurunca è stato scritto dal giornalista free lance Francesco Ianniello che è risultato, proprio dieci giorni fa, tra i vincitori dell’importante Premio Nazionale Città di Livorno con il suo racconto “El Paraiso”. Un lavoro impreziosito dai bellissimi scatti di Andrea Chianese, fotografo per passione e già autore del volume “Silenter”. Entrambi sono originari della nostra cittadina e vivono da anni in Toscana. Un racconto breve in cui l’autore ripercorre i luoghi e i momenti più preziosi per Sessa e i suoi cittadini, descritti in maniera non convenzionale ma estremamente efficace al fine di portare nelle case di tutti gli italiani la magia della nostra terra. Una bella sorpresa e una grande occasione per far conoscere la nostra cittadina ad un pubblico di viaggiatori curiosi e vogliosi di scoprire i borghi più belli e meno noti d’Italia.

Il labirinto della memoria

di Francesco Ianniello

Scelgo di prendere la strada vecchia, quella che costeggia il paese, per ammirarlo da lontano, adagiato sulla collina, steso come donna su un sarcofago romano. Le cupole delle chiese in sequenza, punti riconoscibili nella ragnatela della memoria. L’ora è quasi arrivata. Salgo in fretta, costeggiando il muretto di mattoni a calce. Giù in basso, una volta, solo campi coltivati, qualche animale e terra impregnata di fatica. Ma poi, scavando con l’aratro e con la zappa, casualmente, una pietra antica e poi un’altra ancora. Ed eccole ora ergersi in tutto il loro splendore, alte, ruvide, bianchissime. Colonne che si alzano verso il cielo, quasi a volerlo toccare, e tutt’intorno possenti gradoni. Il teatro romano, resti gloriosi di una gloria che fu. Poco lontano una targa ricorda che da queste parti, un giorno di maggio del 1770, soggiornò anche un ospite illustre, l’eterno Mozart.

Ma già si ode il primo squillo di tromba, la frenesia negli occhi delle persone. Esce, è quasi l’imbrunire. A procession’. Un mistero dopo l’altro, i simboli e i segni della Passione. Uomini neri, incappucciati, illuminati solo dalla luce soffusa dei lampioni e dei carraciuni, i grandi falò rionali. In sottofondo la banda del paese suona una nenia triste.

Il lungo corteo scivola tra i vicoli medioevali, dedalo intricato, labirinto dell’infanzia. Dalle finestre giunge l’odore del baccalà che frigge, delle pizzelle, del calascione che si mischia con quello delle camelie e della ruta che adornano i blocchi statuari. A ruta che ogni male stuta. E dal bordo della strada quello dell’incenso che un anziano sarto fa bruciare davanti alla sua bottega. “Uè, fate silenzio. Nun lo verit che sta passan na Maronn’”, urla qualcuno da un balcone decrepito. Sacro e profano, vecchi che non hanno mai lasciato il paese e nuovi emigranti, figli della disoccupazione, stretti tutti insieme, una volta l’anno. Una comunità in cammino che contempla il supplizio di un dio mai così umano, di una Madonna che diventa dolore. Le alluttate la seguono, non le staccano letteralmente gli occhi di dosso, scalze, nelle loro consunte vesti nere, bagnate da gocce di cera bollente che cadono da grosse candele che portano tra le braccia.

Il falò più grande spezza il buio con scintille che si diramano in mille rivoli, illuminando la Cattedrale romanica. Animali mostruosi, figure grottesche, leoni ed angeli. Dentro un portone tre uomini incappucciati si abbracciano e con voce stridula intonano il loro canto di dolore. Miserere mei Deus. Ancora più su, la Piazza del Mercato e alle spalle il maestoso Castello. E lì, ad attendermi, sotto l’insegna di un negozio che arreca ancora il nome della mia famiglia, lo sguardo di un’anziana donna appoggiata alla sua badante come fosse un bastone. Quello sguardo mi sorride, il suo corpo mi sorride. È mia nonna. Ed allora capisco. Quella donna, il suo amore, la sua memoria bucata, frammentata, non fanno parte del mio paese. Sono, e saranno per sempre, il mio paese.

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