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Bombardamento di Montecassino: tragico errore o scelta inevitabile?

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Nel gennaio del 1944 le truppe alleate iniziarono la lenta avanzata attraverso l’Italia per liberare Roma dai Tedeschi. Dopo mesi sferrarono l’offensiva alla cosiddetta Linea Gustav, lo sbarramento difensivo nazista che divideva Nord e Sud della Penisola.

Per cinque lunghi mesi in pieno inverno gli alleati cercarono di sfondare il fronte tedesco. Divisioni britanniche, statunitensi, indiane, polacche, neozelandesi e francesi furono impegnate in aspre battaglie prima di riuscire a piegare la resistenza nemica. L’obiettivo degli alleati era attaccare frontalmente il monastero di Montecassino, area strategica dalla quale si dominava sull’intera vallata circostante. Teatro di scontri violentissimi, le operazioni in questa area causarono fra gli alleati accesi contrasti.

Gli americani erano infatti contrari ad un intervento in Italia e pensavano che questa campagna si sarebbe protratta troppo a lungo ritardando così lo sbarco in Normandia.

Churchill voleva invece impegnare i tedeschi su diversi fronti per disperdere le loro forze. Secondo i i suoi piani la Penisola doveva essere occupata, i Balcani messi a ferro e fuoco, le isole greche liberate e la Turchia coinvolta nella guerra. Era dunque indispensabile sconfiggere il nemico colpendo duramente l’Italia che Churchill aveva definito “il ventre molle dell’Asse”.

Anche fra i comandanti alleati si era creato un certo attrito. Mark Clark, il generale statunitense a capo della quinta armata, era giovane e ambizioso e aveva poche simpatie per i britannici, infatti i suoi rapporti con il responsabile delle operazioni in Italia, il generale britannico Sir Arnold Alexander, erano pessimi.

Sul fronte italiano i tedeschi avevano invece schierato militari molto esperti. Le operazioni erano guidate dal feldmaresciallo Albert Kesserling che si dimostrò molto previdente e lungimirante prevedendo che gli alleati sarebbero sbarcati in Italia.

La difesa di Montecassino era affidata invece al generale Frido von Senger und Etterlin che si dimostrò molto abile nel predisporre i preparativi di sbarramento.

I tedeschi impiegarono tre mesi per fortificare questa fascia dell’Italia centrale e il fulcro dell’intero apparato difensivo era proprio il monastero. Non ci si poteva arrampicare sulla collina senza essere scoperti perché lungo i fianchi non cresceva molta vegetazione inoltre la vallata era pianeggiante e risultava difficile avvicinarsi al monastero senza essere visti. La valle di Cassino fu allagata per impedire il passaggio dei carri armati, lungo le rive del fiume rapido furono collocate mine e filo spinato mentre sul versante occupato dai tedeschi furono posizionati mortai e mitragliatrici.

Le truppe che assediavano Cassino erano praticamente in trappola, un inferno che portò al totale annientamento della 36ª divisione americana Texas mentre la 34ª divisione riuscì ad attraversare il Rapido e dopo otto giorni di combattimento si attestò stremata alla base del celebre rilievo.

Preoccupato dalla lentezza delle operazioni in Italia Churchill pianificò un nuovo attacco con la quarta divisione indiana e la divisione neozelandese comandate dal generale Bernard Freyberg. Il piano d’azione prevedeva che la divisione neozelandese avrebbe dovuto conquistare la stazione ferroviaria nei pressi di Cassino per consentire ai mezzi corazzati alleati di aggirare la città e di raggiungere la valle del Liri e poi Roma mentre contemporaneamente la quarta divisione indiana avrebbe ripreso l’attacco al monastero.

L’abbazia era considerata il caposaldo della difesa tedesca ma in realtà le truppe naziste non si erano insediate al suo interno e avevano anche provveduto a mettere in salvo le opere d’arte che vi erano custodite evacuando tutti i religiosi eccetto l’anziano abate Gregorio Diamare e sei monaci. Freyberg si trovò di fronte ad una scelta difficile e si discusse molto sull’opportunità di bombardare Montecassino.

Essendo ricordato anche come uno dei più appassionati giocatori di poker della sua epoca (forse non tutti sanno che il primo ministro britannico era un habitué del tavolo verde) fu lo stesso Churchill che decise di rilanciare e ordinò lui stesso la portentosa operazione aerea che la mattina del 15 febbraio 1944 sganciò sull’abbazia di Montecassino tonnellate di esplosivo.

 

La mossa si rivelò immediatamente un flop visto che i tedeschi si asserragliarono tra le rovine solamente dopo il bombardamento alleato. L’abate e i pochi monaci rimasti si salvarono e firmarono una dichiarazione che confermò l’assenza di soldati tedeschi all’interno del convento. La distruzione del monastero sollevò accese polemiche e paradossalmente non portò alcun vantaggio alle truppe alleate pur essendo stata pianificata per agevolarle. Subito dopo il bombardamento Churchill non si pronunciò sulla tragica scelta alleata fingendo di non essere stato informato mentre contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, Roosvelt in una conferenza stampa alla Casa Bianca lesse un comunicato del generale Eisenhower che spiegava approfonditamente i problemi legati alla situazione della guerra in Italia e dell’incompatibilità tra necessità belliche e preservazione del patrimonio monumentale.

Il Primo ministro britannico nel suo libro The second world war a tal proposito dichiarò: “Il monastero dominava l’intero campo di battaglia e naturalmente il generale Freyberg, impegnato nell’assedio, spinse affinché Montecassino venisse ampiamente bombardata prima che i suoi uomini lanciassero la controffensiva via terra. Il generale Clark chiese al generale Alexander di procedere e ottenne il permesso da quest’ultimo che si prese la responsabilità dell’azione”. Di diverso avviso lo stesso Clark che nel suo libro Calculated Risk nega ogni coinvolgimento nelle scelte e parla dell’operazione come di un “tragico errore”.

 

 

 

 

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