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SPORT – L’ AUTODETERMINAZIONE COME “CONTINUUM” NELLA REGOLAZIONE DEL COMPORTAMENTO

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SPORT (di Rachele Izzo) – La Teoria dell’Autodeterminazione (in inglese “Self Determination Theory”, acronimo “SDT”) studia i processi di autoregolazione della motivazione umana all’interno dei contesti sociali.

Negli ultimi decenni questa teoria è stata applicata in diversi domini, tra il quali lo sport.

L’ autodeterminazione è strettamente legata alla percezione che una persona ha all’origine del proprio comportamento, delle “cause primarie” delle proprie azioni (in termini di locus del rapporto fra causa ed effetto o locus of causality).  Essa è vista come un’esigenza innata collegata ad alcuni bisogni psicologici di base: il bisogno di autonomia, il bisogno di competenza e il bisogno di sentirsi in rapporto con gli altri.

Il bisogno di autonomia si riferisce all’esigenza degli individui di percepire che i propri comportamenti sono originati da scelte personali.

Il bisogno di competenza si riferisce alla necessità umana di interagire efficacemente con il proprio ambiente e di poterlo, in qualche misura, controllare producendo risultati desiderabili ed evitando cambiamenti giudicati dannosi.

Il bisogno di sentirsi in rapporto con gli altri si riferisce al desiderio di essere legati in modo soddisfacente ad altre persone considerate “significative”. Tuttavia, quest’ultimo bisogno gioca un ruolo più “distale” nella promozione della motivazione autodeterminata, poiché sono possibili molte attività solitarie, dove non c’è contatto con altri e in cui si mantiene un alto livello di “regolazione interna”.

La SDT, basandosi sulla percezione che una persona ha del locus del rapporto fra causa ed effetto di un comportamento e sui processi regolatori intervenenti, definisce l’autoregolazione come un “continuum”. All’ interno di tale continuum è possibile identificare 6 distinti punti che corrispondono a tipologie di regolazione della motivazione che sono diverse tra loro da un punto di vista teorico, esperienziale e funzionale:

1 – Il punto di partenza del continuum è l’assenza di regolazione, dove manca la volontà di agire un certo comportamento: il comportamento viene “subito” e l’individuo che lo mette in atto agisce senza alcuna precisa intenzione di ottenere un risultato. Si può quindi definire tale comportamento “amotivato”, anche perché i motivi per cui il comportamento viene agito non sono chiari all’individuo che lo mette in atto. La conseguenza più probabile di questa situazione è che le attività “amotivate” si interrompono in breve tempo.

2 – La regolazione esterna del comportamento prevede che le ragioni del comportamento vengano riconosciute dall’individuo che lo mete in atto, ma che esse siano associate a un locus del rapporto tra causa ed effetto del tutto “esterno”: l’attività viene intrapresa per ottenere risultati giudicati positivamente (ad es. premi tangibili) o per evitare conseguenze percepite come “negative”. Secondo la Self Determination Theory i comportamenti regolati esternamente sono controllati in modo contingente da altre persone o circostanze (ad esempio, “pratico sport perché gli altri vogliono che io faccia sport”); per questo essi tendono a essere interrotti nel momento in cui tali contingenze vengono meno.

3 – La regolazione introiettata è il primo livello nel processo di interiorizzazione: nella regolazione introiettata le conseguenze contingenti vengono fornite dall’ individuo a sé stesso. Le spinte motivazionali prevalenti in questo tipo di regolazione riguardano il mantenimento o il miglioramento della propria autostima, l’evitamento del senso di colpa e/o dell’ansia. L’individuo associa un senso di “costrizione” al comportamento e le motivazioni, seppure introiettate, non vengono ancora esperite come una parte del sé: ad esempio “lo faccio perché mi sento a disagio quando non lo faccio”. I comportamenti che si associano ad una regolazione introiettata hanno una maggiore probabilità di essere mantenuti nel tempo rispetto a quelli associati ad una regolazione esterna, ma questa spinta motivazionale, essendo scarsamente autodeterminata, raramente si associa a stati emotivi positivi.

4 – La regolazione identificata prevede una consapevole attribuzione di valore all’obiettivo comportamentale: l’attività è sentita propria e percepita come importante per sé stessi e per il raggiungimento di obiettivi personali. La persona intraprende l’azione con un senso di scelta e il comportamento è regolato attraverso meccanismi di “identificazione” con l’attività stessa: ad esempio, lo faccio perché sento che è la cosa migliore che posso fare per me stesso. Qui è presente una maggiore autodeterminazione e si prevede un maggiore coinvolgimento della persona e il mantenimento nel tempo del comportamento.

5 – La regolazione integrata rappresenta la più completa forma d’interiorizzazione della motivazione estrinseca e si verifica quando le ragioni per in certo comportamento vengono valutate e sentite congruenti e armoniche con gli altri valori e bisogni della persona che lo mette in atto.

La regolazione integrata ha degli elementi in comune con la regolazione “intrinseca” (considerando che l’attività viene percepita come messa in atto in modo del tutto spontaneo), ma viene considerata “estrinseca” in quanto il fine è comunque diverso dal semplice piacere provato nel mettere in atto l’attività stessa.

6 – La regolazione intrinseca implica che un’attività venga intrapresa per il piacere e la soddisfazione inerenti all’attività stessa. Quando sono intrinsecamente regolate, le persone fanno le cose perché le ritengono interessanti o piacevoli, senza ricercare alcuna altra conseguenza strumentale dall’attività: ad esempio, “lo faccio perché mi diverte”.

La regolazione intrinseca viene definita come una <<tendenza innata a cercare novità e sfide, a esercitare e ampliare le proprie capacità di esplorare e di apprendere>>.

I comportamenti intrinsecamente motivati rappresentano il prototipo dell’autodeterminazione: essi scaturiscono dal sé e sono completamente sentiti come propri.

 

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