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ROCCAMONFINA – “Una storia da raccontare”, il racconto della visita in Austria alle tombe di quattro cittadini deportati

ROCCAMONFINA (di Nicolina Moretta) – L’associazione dei giovani “ Una storia da raccontare” è nata solo nel 2016, ma da allora ne ha fatto di luce sui fatti storici e bellici della Seconda guerra mondiale, ha riportato alla riscoperta di fatti creduti dimenticati e raccolto testimonianze video e scritte dai testimoni del tempo. Ultimamente la giovane Ester Di Pippo è partita per l’Austria, in un viaggio che ha ripercorso il cammino dei deportati, per non dimenticare e raccontare affinchè la memoria non venga distrutta. Qui di seguito la sua testimonianza: “Nell’ambito del progetto “Una storia da raccontare” abbiamo avuto il piacere e l’onore di conoscere persone straordinarie come Primo Soravia, Patrizia Moccia e tutto il direttivo dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di San Giovanni in Persiceto, Andrea Ferrari e Davide Cerè (ricercatori dell’ANED di Bologna). Con loro e grazie a loro, abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad un viaggio a dir poco emozionante nei luoghi calcati dai passi dei deportati provenienti da ogni parte del mondo e costretti nei campi di concentramento. Entrando nel castello di Hartaim, abbiamo visto la prima camera a gas in cui venivano uccise persone con handicap fisici e psichiatrici o affette da malattie genetiche inguaribili, le cosiddette “vite indegne di essere vissute”. Le lacrime scorrevano senza controllo guardando le foto dei bambini che, inconsapevoli della loro morte imminente, sorridevano felici all’obiettivo. Il campo di concentramento di Gusen, invece, non esiste più, è stato raso al suolo e al suo posto  sono state costruite villette a schiera che sfoggiano la loro bellezza con fiori di mille colori senza curarsi delle loro fondamenta bagnate del sangue di migliaia di deportati morti (di cui moltissimi italiani) e ancor peggio dimenticati. In quel luogo, ‘si legge a chiare lettere’, il palese desiderio e la necessità di dimenticare! L’unico spiraglio di memoria è un forno crematorio, preservato dalla demolizione grazie ai deportati milanesi e bolognesi che comprarono quel piccolo lotto di terreno affinchè lo scempio di quel posto non venisse mai dimenticato. Quando sono entrata per la prima volta nel campo di concentramento di Mauthausen ho provato un’emozione unica… persino l’aria era impregnata di sofferenza e dolore, dai muri e dalle baracche sembrava che uscissero le urla dei prigionieri e le risate dei tedeschi mentre li torturavano. Ogni cosa di quel campo ha una storia, una storia che parla di atrocità e torture per cui la morte era una cara amica che si attendeva con ansia. Il mio cuore è rimasto nel cimitero militare di Mauthausen. Lì ho pregato e pianto davanti alle tombe di quattro deportati roccani, morti chissà con quale atroce destino, lontani dai loro familiari, dalla loro Patria, dalla loro Roccamonfina. Carmine Cardillo, Carlo Cianci, Pietro Biasio, Giuseppe Di Petrillo. I loro nomi risuonavano nella mia mente durante la deposizione della corona di alloro regalataci dall’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) di Bologna e durante il minuto di silenzio. Lì, in mezzo a tanti morti italiani, c’erano i miei compaesani, ricordati solo nelle preghiere dei loro parenti più stretti ma dimenticati dal resto del loro paese. Non so spiegare a parole la grande emozione, ma spero vivamente che tutti prima o poi potremo far visita a quei deportati di Roccamonfina e fare in modo che il loro nome, insieme a tutti gli altri nomi dei deportati, non vengano mai più dimenticati!”

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