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CASERTA – Opificio di San Leucio, sit – in dei 15 operai: un’ordinanza di sfratto cancella secoli di storia

CASERTA – I 15 operai dell’Aos hanno dato vita ad un Sit- in riempiendo per tutta la giornata piazza della Seta, giusto di fronte all’ingresso della storica ex colonia borbonica. Proprio lì dove 300 anni fa Ferdinando IV aveva  posto le condizioni perché il luogo divenisse la sede della storica produzione di tessuti pregiati poi esportati in tutto il mondo per i secoli a venire. Una banale ordinanza di sfratto esecutivo è destinata a cancellare secoli di storia. La storia dell’Opificio Serico di San Leucio a Caserta, fiore all’occhiello dell’industria borbonica, dalla fine dell’Ottocento esempio di genio artigianale e imprenditoriale della famiglia De Negri, è oggi nelle mani dell’imprenditore Andrea Sabelli. Il 3 marzo, a causa dell’ordinanza di sfratto emessa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, l’Opificio Serico di San Leucio chiuderà. Resteranno a casa quindici famiglie che vi lavorano. I tentativi di mediazione condotti in Confindustria non hanno avuto esiti positivi. Si è cercato sino alla fine di creare un punto d’incontro tra le richieste di fitto avanzate dal gruppo Letizia, proprietario degli immobili, e l’imprenditore Andrea Sabelli, a capo dell’ultima azienda storica di San Leucio. Si è attivato anche il comune di Caserta: purtroppo senza successo. In un certo senso, si tratta di un vero e proprio “lutto” nazionale. Basti pensare a ciò che rappresentano la seteria di San Leucio in Italia ma anche nel mondo. Una storia di tessuti di seta voluti nel 1776 da Ferdinando IV di Borbone con l’intento di superare in qualità e bellezza quelli francesi. Con i De Negri le stoffe hanno poi fatto il giro del mondo, arredando il Quirinale, il Vaticano e addirittura la Casa Bianca.

Le origini

Era il 1789, trentesimo anno di regno di Ferdinando IV (III di Sicilia). Il re era un sognatore. La vita e il baccano della Reggia di Caserta lo angustiavano e aveva scelto come suo luogo di ritiro una collina lì vicino, dalla vista stupenda: dove c’era, appunto, l’antica chiesetta di San Leucio, vescovo di Brindisi. Sul Belvedere aveva fatto costruire un casino di caccia, e vi aveva fatto insediare alcune famiglie affinché vi provvedessero. Poi i coloni crebbero di numero e diventarono una piccola comunità. Il re si lasciò probabilmente influenzare dalle mode utopistiche dell’epoca e decise di fondare una colonia modello. Cercò di darle l’autonomia economica, creando una seteria e una fabbrica di tessuti. La regolò con un codice scritto di suo pugno, pieno di straordinarie intenzioni e intuizioni. Volle darle una struttura urbanistica organica e simmetrica. Le affibbiò un nome che era uno specchio: Ferdinandopoli. Una sua creatura, insomma, anche se il nome restò artificiale e nessuno lo usò mai: rimase sempre San Leucio. La fabbrica, che s’ingrandì e produsse una gamma ricchissima di tessuti, non riuscì mai a prosperare dal punto di vista economico, in quanto il lucro non era il suo fine. A San Leucio si istituiva semplicemente la perfezione.

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