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Sikh, l’invisibile che lavora per essere visibile

(di Sandrino Luigi Marra)
Nell’ambito della invisibilità del nostro paese, c’è chi si impegna a divenire visibile. Scusate il gioco di parola e la stranezza del pensiero che può apparire distorto e confuso, ma è proprio così, c’è chi vuole essere visibile, che lavora e si impegna come gruppo etnico e culturale affinchè divenga visibile, non agli occhi della legge (perché in regola e dunque visibile) ma del paese, di quel paese di cui si sentono figli. Parlo dei Sikh; questo gruppo culturale  di origine indiana è da circa un quarantennio presente in  Italia, con un flusso migratorio iniziato nei primi anni 80 del 900, intensificatosi nell’arco degli anni 90 e 2000, livellatosi nell’ultimo decennio. Ma chi sono i Sikh? I Sikh come detto sono indiani provenienti dal Punjab, uno stato federato nel Nord Ovest dell’India al confine con l’odierno Pakistan (l’intero Pakistan nato nel 1947 era Punjab), circa 30 milioni di abitanti con una diaspora di 2 milioni di individui sparsi nei 5 continenti. Li riconosciamo (i maschi) per i colorati turbanti, la barba fluente, il portamento soprattutto degli anziani di grande dignità, eleganza e nobiltà. Ciò perché l’origine culturale e religiosa è racchiusa nell’essere stata una società guerriera, non impregnata di fondamentalismo guerriero, ma al contrario nella libertà dell’individuo, nel rispetto delle regole sociali, nella difesa del più debole chiunque esso sia, nell’eguaglianza e fratellanza tra umani. E’ una religione ed una società fondamentalmente giovane, il Sikkhismo quale religione nasce nella seconda metà del 1600, ad opera di un maestro (Guru) di nome Nanak. Nel tempo difendendo i principi religiosi e sociali dalle intemperanze dei Moghul (la dinastia di fede musulmana che per un periodo ha dominato l’India) e degli Induisti, la cultura  divenne guerriera, difendendo così i principi ed i valori di libertà individuale, religiosa ma soprattutto sociale. Guerrieri temuti, capaci, di grande tenacia e spirito combattivo, ma al termine della battaglia di grande cuore, poiché alla fine dell’atto violento della battaglia il nemico diviene fratello ed alla resa egli va trattato da essere umano con dignità. E ciò si è conservato nella cultura, oltretutto un importante elemento che è il rispetto dell’individuo a qualunque fede o etnia appartenga, e l’assenza di credenze nelle superstizioni  fa si che difficilmente possa esistere il pregiudizio verso l’altro. Lavoratori indefessi poiché la regola sociale e di vita prevede il lavoro quale elemento di crescita, qualunque esso sia, senza pregiudizio per questo e che ogni e qualunque lavoro purchè onesto, serve per raggiungere gli scopi di una vita giusta, dignitosa e coerente, dove la famiglia è il nucleo centrale dell’esistenza. La famiglia è la realizzazione di vita di ogni Sikh, non è contemplato il nubilato, il quale nel tempo diviene una negatività sia individuale che sociale. Ma ciò che è stato descritto dove vuole portare? Vuole portare alla consapevolezza che i Sikh si sentono italiani, che non vogliono semplicemente integrarsi, vogliono includersi nella società italiana. Essere partecipi della vita del paese, essere una parte produttiva del paese (come già sono) aiutare il paese dove vivono e dove sono nati e cresciuti i figli a migliorare. E qui l’idea e l’ideale; figli della terra ove vivono, non solo cittadini di origine straniera. E quindi cercano la visibilità, poiché per decenni invisibili nella campagne italiane e nelle fabbriche, oggi con le seconde generazioni, essi si sforzano per farsi conoscere, partecipano alla vita dei luoghi attraverso l’impegno sociale, nel volontariato di ogni genere e forma, poiché il volontariato che questi chiamano Sewa ed è una regola nella realtà Sikh, è un obbligo e lo si può fare come e dove si vuole sempre gratuitamente. E’ insomma dare alla società un poco del proprio tempo e del proprio impegno per una società migliore. Un tempo essi erano seriamente degli invisibili, dispersi nelle campagne quali lavoratori agricoli o negli allevamenti intensivi, poi i primi nuclei di aggregazione hanno portato alla creazione dei Gurdvara, i templi, i quali nella realtà non sono solo luogo di culto, ma anche cuore e fulcro della comunità. Il tempio funziona come un consolato, funziona come una famiglia, come un consulente immobiliare e bancario, il tempio e l’elemento inclusivo nella società. Attraverso questo essi divengono visibili, non solo per i fattori descritti, ma anche perché l’aggregazione la si vede. Dove c’è un tempio la Domenica dal mattino si vedono giungere giovani, vecchi, uomini e donne adulti, intere famiglie e si vedono perché i turbanti colorati, le barbe, i meravigliosi Sari multicolori delle donne non possono non essere visti, non possono non attirare la curiosità. E se si segue la scia nessuno dirà nulla, ti inviteranno a visitare il tempio, ti guideranno al Guru Grant Sahib il libro sacro, (la bibbia dei Sikh, l’ultimo Maestro) e ti chiederanno di restare a mangiare con loro, seduti su una stuoia sul pavimento, ove tutti consumano lo stesso pasto, ove tutti sono eguali, nessuno è più in alto nessuno più in basso, tutti allo stesso livello, ricchi e poveri, vecchi e giovani, sani e malati. A significare che dinanzi a Dio tutti siamo uguali, nessuno è migliore di un altro. L’approccio alla società attraverso il volontariato, l’impegno sociale nei comuni piccoli e grandi ove vivono sta a significare la volontà di esserci, di essere cittadini e figli di questa terra, di una terra dove i loro padri hanno versato il sangue durante la liberazione (1000 Sikh morirono durante la campagna d’Italia, inquadrati nell’Ottava Armata Britannica). Così molteplici, nell’ultimo quinquennio sono le manifestazioni, i convegni, i seminari, nonché la visibilità della festa più importante della cultura Sikh, il Vaisakhi la festa di primavera, affinchè gli altri vedano, comprendano, conoscano una cultura nata 550 anni fa che vuol divenire figlia di questo paese che considerano il proprio paese. Chiudendo debbo dire che in piccolissima parte sono dentro questo percorso, che una parte del mio impegno sociale è diretto alle comunità Sikh del territorio ove vivo, e non posso che concludere con una frase un po’ così, ma che in fondo nasconde l’ammirazione ed il rispetto per una cultura che dalla propria migrazione cerca di trovare la dimensione umana dei luoghi, della terra quale Patria e la quale nella sua semplicità  che spesso viene espressa negli studi migratori (anche se rende l’idea di un gruppo attraverso un  giudizio prevenuto, il quale  non dovrebbe esistere a priori) ovvero: “se vuoi che un lavoro venga fatto bene, devi rivolgerti ad un Sikh” , in fondo ben venga anche questo, se può essere  un modo per essere visibili ai più.

 

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