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Pignataro Maggiore – Vittime Civili della Seconda Guerra Mondiale: la strage della famiglia Caimano

Pignataro Maggiore – Il tributo di sangue delle Vittime Civili del secondo conflitto mondiale fu altissimo anche nella comunità di Pignataro Maggiore. Una delle pagine più drammatiche della storia del nostro paese fu la strage della famiglia Caimano,  tragicamente decimata dall’esplosione di un ordigno bellico l’undici gennaio del 1944 . Affinché  la scomparsa di mamma Francesca (nella foto in alto con la figlia maggiore, ndr) e di sei dei suoi otto figli in località Pezzaspina, non venga dimenticata, ma il suo ricordo sopravviva al tempo e resti patrimonio condiviso nella  memoria collettiva del nostro paese, riportiamo la testimonianza, di Giuseppe Caimano, uno dei due superstiti della strage,  raccolta dalla nipote Giosj  Bonacci. RACCONTO DI GIUSEPPE CAIMANO, trascritto della nipote Giosj Bonacci.

Questa storia come tutte le storie vere, ci apre uno scorcio di vita lontana, ma non potrà mai trasmetterci le emozioni e gli stati d’animo, intrisi di profonde, sofferenze vissute in quegli anni tanto lontani ma ancora vividi nel mio cuore. L’ 8 settembre del 1943 fu firmato l’armistizio. – dice Zi’Pep’ Caimano-. Eravamo felici, la guerra era finita, sentivamo nell’aria l’odore della libertà. Ma i tempi duri non erano passati, avevamo sentito dire che il comando tedesco aveva ordinato alle truppe in ritirata di razziare alla popolazione civile le derrate alimentari e il bestiame, oltre che distruggere quanto potesse essere più utile agli anglo-americani, ormai in procinto di sbarcare a Salerno. Il 9 settembre, in una giornata nuvolosa, sentimmo un forte boato e vedemmo subito una grossa nuvola di fumo nero salire in alto e disperdersi lontano nel cielo. In seguito venimmo a sapere della tragica sorte della città di Capua. Mio padre, don Antonio Caimano, aveva vissuto e combattuto come soldato la prima guerra mondiale e tentava di tenersi aggiornato, per quanto possibile, sugli avvenimenti bellici in corso e sapeva quali potessero esserne gli effetti. Per salvare la sua famiglia, ritenne utile di fuggire dal nostro casolare, in località Pezza Spina, e rifugiarci tutti tra le montagne di Giano Vetusto insieme a tante famiglie pignataresi. Eravamo in tanti e la gente di Giano Vetusto ci aprì le proprie case, ci accolse con tanta solidarietà e generosità che non si ritrova più in questi tempi; nacquero amicizie solidali, che sono durate tutta una vita. Ricordo con affetto zio Francesco Bonacci che abitava a “l’Curt” (località Curti) nella zona più alta di questo piccolo paese nascosto nella vallata alle pendici del Monte Maggiore. Questo buon uomo diede rifugio alla mia famiglia e al nostro bestiame, salvandoci tutti dall’avanzata della guerra. Eravamo pronti ad affrontare l’inverno gelido, lontano da casa, nonostante le poche risorse che avevamo; speravamo solo che quel periodo fosse breve. Vivemmo ogni momento delle nostre giornate e nottate col terrore che una bomba ci cadesse in testa e le nostre vite fossero troncate da un momento all’altro. In terra ed in cielo si scatenavano ad ogni ora delle battaglie sanguinose e noi assistevamo inermi con orrore, nascosti tra le montagne, con la speranza che tutto finisse al più presto. Nelle tranquille sere di ottobre, quando il cielo era limpido e la guerra sembrava dare una tregua, per passare il tempo ci raccoglievamo in più famiglie per ascoltare qualche storia raccontata da un adulto e ridere delle cose più semplici ed assurde che ci venivano in mente. Finalmente arrivarono i soldati anglo americani che si distinguevano per le loro divise militari perfette e funzionali, e per gli scarponi pesanti. Passarono per il rifugio, in concomitanza ai soldati polacchi: non riuscivamo a capire la loro lingua, ma si fecero capire e ci rassicurarono che presto tutto sarebbe finito e saremmo tornati a casa. Distribuirono coperte per l’inverno che si apprestava ad arrivare, carne in scatola, caramelle e qualche barretta di cioccolata. Noi bambini eravamo felici e li guardavamo con ammirazione. Finalmente dopo 41 giorni, quando l’ondata dei tedeschi in ritirata, incattiviti nei confronti di noi italiani traditori, aveva attraversato l’Italia meridionale, mio padre decise di tornare a casa. Eravamo felici ed il nostro breve viaggio di ritorno fu pieno di euforia e di tante premesse per il futuro. La mia famiglia era numerosa ed eravamo tutti salvi e finalmente liberi di ricominciare a vivere nella nostra casa. Oltre mio padre Antonio e mia madre Francesca, la primogenita Carmela di 22 anni, poi Giambattista di 18 anni, io di 16, Paolina di 14 anni, Angelo di 12, Salvatore di 10, Orlando di 8 e Margherita di 2. Eravamo in tanti e ognuno sperava di ritrovare qualcosa lasciato da qualche parte dentro ed intorno la casa e noi fummo veramente fortunati perché riportammo in salvo il nostro bestiame: una bellissima cavalla, quindici maiali e dieci mucche, e la nostra forza lavoro per ricominciare. Lungo il tragitto il paesaggio era sconfortante: ogni campo, ogni albero, ogni casa, tutto era stato bruciato. Mio padre ci disse di stare attenti a seguire il sentiero di terra battuta per evitare mine antiumane e residui bellici lasciati dai tedeschi. Viaggiammo con la famiglia Aiezza, i nostri vicini di casa. Arrivati lo spettacolo fu desolante: la nostra casa, i nostri raccolti, tutto era stato divorato dal fuoco. Non ci sconfortammo, ci davamo forza l’un l’altro, avremmo ricominciato, e la nostra casa era ancora in piedi e poi avevamo da mangiare. Infatti  quella sera, Dio ci diede la possibilità di mangiare a sazietà. Prima di fuggire, nostro padre aveva murato in una stanzetta segreta con ingresso all’esterno laterale della casa, una grande quantità di cibo: c’erano cinque o sei quintali di grano, ottanta chili di fagioli ed una cinquantina di litri di olio. In fondo a questa piccola stanzetta, nascosto in un baule, c’era il corredo di mia sorella Carmela, la primogenita, che i miei genitori avevano preparato con tanta cura e sacrifici. Fummo fortunati!  Appena arrivati ci sistemammo alla meglio, mio padre aprì un buco nel muro, prese del grano e mia madre cominciò subito a macinarlo  con un piccolissimo macinino a manovella per fare la farina, impastare un po’ di pane e sfamare tutti. Quella sera mangiammo in abbondanza come non ricordavamo più. Nel rifugio  spesso avevo sognato di mangiare un piatto abbondante di minestra con tanto condimento, ma ciò che mancava era un bene prezioso: l’olio. In quei giorni di fuga mio padre aveva procurato una bottiglia d’olio e mia madre era stata capace di razionarlo bene, facendolo bastare per parecchio tempo. La prima cena a casa nostra fu piena di felicità, raccontammo tante storie ed i miei fratelli più piccoli ci intrattenevano con i loro giochi ridicoli e simpatici e noi ridevamo a crepapelle. C’era bisogno di tanta energia e forza lavoro per rimettere in piedi la nostra villa agricola e per questo motivo mio padre non mi fece ritornare a scuola, infrangendo per sempre il mio sogno di diventare aviatore. Avevo interrotto gli studi per via della guerra. Non ero bravissimo a scuola, ma ero sempre riuscito a superare l’anno scolastico. Purtroppo nel 1943, non fu più possibile andare a scuola. Frequentavo la terza della scuola media  nella vicina Capua e avevo da recuperare le materie di Italiano. L’11 Gennaio del 1944 tante luci persero il loro bagliore dalla terra per illuminare il cielo di notte. Due giorni prima del tragico evento sfidai la sorte come in una partita a scacchi in cui non si sa mai quale mossa farà l’avversario, nel mio caso un tedesco infuriato. Io e mio fratello, Gianbattista, avevamo il compito di accudire le 10 mucche che ci restavano presso il demanio di Calvi Risorta, di nostra proprietà, a circa 10 chilometri dalla casa nativa. Alloggiavamo in una casa ridotta in rudere, però avevamo un tetto per ripararci dalla gelida stagione di quell’anno; non c’erano porte e finestre per ripararci dal freddo e ci arrangiammo costruendole con la canapa. Mangiavamo sardine sotto sale insieme al pane che faceva  mamma con mia sorella e qualche frutto che riuscivamo a procurarci. Avevamo finito il pane e decidemmo che io sarei andato a prenderlo,  mi svegliai di buon ora e partii. Arrivai dopo due ore di cammino, all’altezza della via Appia attraversai diversi accampamenti, americani, inglesi e polacchi. Durante la guerra ero cosciente che tutto sarebbe potuto accadere, ma non avevo piena consapevolezza di ciò che poteva capitarmi: ero troppo giovane e non mi rendevo conto che stavo attraversando delle zone “rosse”, linee di avanzamento e controllo. Arrivai a casa senza intoppi, abbracciai mia mamma, giocai con i miei fratelli e dopo poco tornò mio padre dai campi. Mio padre era autoritario, tenace e sapeva investire al momento giusto, aveva un vasto possedimento di terreno e tanti figli maschi che lo avrebbero aiutato.  Stava tentando in tutti i modi di far ripartire l’azienda e barattava con tanta gente ciò che eravamo riusciti a salvare, ad esempio il cibo, ma soprattutto sementi di ogni tipo per far rigermogliare i nostri campi. Pranzammo tutti insieme per l’ultima volta mancava, solo Gianbattista che era rimasto a Calvi per accudire gli animali. Mia madre era una donna mingherlina e graziosa, non contraddiceva mai mio padre e lavorava silenziosamente nei campi ed in casa per la sua numerosa famiglia. Quel giorno prese due pagnotte di pane, le mise in un vecchio canovaccio  chiudendolo con un bel nodo e mi aiutò a legarlo ad un bastone, così avrei viaggiato più comodamente. Al momento di andarmene mi diede una carezza: ricordo ancora il  suo sguardo tenero, pieno di amore misto ad ansia e sofferenza per un figlio che lasciava andare. Mi salutò a lungo con la mano, guardandomi allontanare fin quando scomparvi dalla sua vista, forse sentiva che qualcosa stava per accadere. Mi trasmise uno stato di agitazione che mi fece essere molto più attento a scansare le insidie sulla strada del ritorno. Il pericolo arrivò dall’alto, un caccia tedesco,  lo sentii arrivare la lontano, trovai subito un cespuglio abbastanza grande e mi nascosi per non farmi vedere. L’aereo volava a bassa quota, un soldato era alla guida ed un altro mitragliava dove capitava; tentai di diventare piccolo piccolo, almeno così speravo, e di mimetizzarmi, dei proiettili caddero a poca distanza da me. Erano frequenti questi episodi, ogni volta pregavo Dio e speravo intensamente e con tutte  le mie forze di continuare a vivere, e anche quella volta fui protetto dal manto divino. Arrivai sano e salvo. Quella sera cenammo e condividemmo il pane che avevo portato, gli ultimi due pezzi fatti da mia madre: le sue mani davano un tocco che rendevano il pane più buono, ma io sono di parte e forse incideva pure la fame che avevo. Quel sapore non l’ho più ritrovato. Nel giorno 11 gennaio del 1944 fu stroncato il  futuro della mia famiglia, lasciando in noi superstiti una cicatrice indelebile. Il ricordo di quei tempi lontani sono limpidi e presenti nella mia mente ed il dolore vivido, cupo e disperato rimane nel mio cuore. Non esistono parole per descrivere i mali dell’umanità che lacerano questo mondo malato, deviato dall’odio e dalla cattiveria dell’uomo.In quel tiepido pomeriggio d’inverno i miei fratelli Angelo, Salvatore ed Orlando,  accudivano i maiali ed incontrarono, presso un casolare diroccato di proprietà del dottor Bovenzi, distante circa duecento metri dalla nostra casa, i fratelli della mia futura sposa che vivevano in una casa non lontana: Stefano, Antonio e Pasquale Vito. Erano bambini che avevamo voglia di giocare e di ridere, erano curiosi di scoprire e sperimentare come tutti i bambini e la campagna offriva loro tante possibilità ma, a quei tempi, nascondeva delle insidie pericolose. I soldati tedeschi in ritirata, scappando lasciavano munizioni e ordigni di ogni tipo, oggetti di uso comune, come ad esempio le penne a scatto che diventavano letali nel momento in cui si provava a manovrarle perché erano ripiene di gel esplosivo. Mio padre ci aveva avvertito di non toccare niente, ma la curiosità dei bambini supera ogni divieto! Nei pressi di un mucchio di letame trovarono dei vestiti militari, delle scarpe vecchie e una pompa a stantuffo, di quelle che si usavano per l’insetticida, che suscitò subito l’interesse dei bambini. Si contesero quest’arnese ed i miei fratelli ebbero la meglio, portando a casa il loro trofeo. Mia madre e mia sorella Carmela erano sedute all’ingresso di casa nell’aia, rattoppando dei vestiti, godendo del calore tiepido che emana il sole nei pomeriggi delle fredde giornate d’inverno. Paolina giocava con la piccola Margherita di 2 anni e mio padre era andato dal vicino per prendere le piantine di cipolle da seminare nel pomeriggio. Immagino le espressioni dei miei fratelli felici di poter giocare con quell’aggeggio che avevano portato a casa. Lo fecero vedere alla mamma ed a Carmela, Paolina e Margherita lasciarono il loro gioco e si avvicinarono incuriosite. Tentarono di capire come farlo funzionare, “tutti insieme i miei fratelli”. Immagino che se lo passassero tra le mani ed ipotizzassero la funzionalità. Qualcuno di loro premette con forza sullo stantuffo… E la quiete di quel tiepido pomeriggio si ruppe in un boato struggente e profondo che invase l’aria: si udirono grida di dolore e lamenti strazianti, si vide una nube di fumo nero che saliva nel cielo dileguandosi lentamente. I soccorsi furono inutili. Tutto è finito in un attimo, il loro gioco misterioso non era un semplice oggetto di uso comune nei campi ma un’arma letale, imbottito di gel esplosivo e la mia famiglia incappo in uno di quegli oggetti mortali. Così perì la mia famiglia! Stavamo ricominciando a vivere di nuovo, con tanti sacrifici. Sono più di settant’anni che, nelle tiepide giornate d’inverno, mi siedo lì e mi lascio riscaldare dai deboli raggi di sole e dal ricordo: la mia numerosa famiglia.

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