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LETINO – “Banda del Matese”, storia di odio e differenza di classe nei paesi di Letino, Gallo Matese e San Lupo

LETINO – Parlare bene e razzolare male è un antico detto sempre valido. Oggi non pochi politici parlano benissimo e razzolano malissimo. Quello che non è da condividere, a mio parere, è il decidere  e parlare a nome di altri senza avere né un mestiere né aver mai lavorato sodo per poter parlare di chi lavora e magari non ha potuto o voluto studiare. Dunque la vicenda che tratta della Banda del Matese ha come protagonisti due ricchi possidenti che non hanno mai lavorato, ma parlato in nome e per conto dei poveri cafoni letinesi, ecc. che lavoravano sodo nel 1877. La trasfigurazione storica di 3 comuni del Matese in merito al fatto di cronaca, denominato Banda del Matese, mi induce a ribadire il mio punto di vista, radicalmente diverso dagli “innamorati” odierni di C. Cafiero ed E. Malatesta del 1877, due nullafacenti. Tali innamorati non vedono difetti nei loro idoli, ma li vedono negli altri che li ostacolarono a cominciare dall’onesto Segretario comunale di Letino, che dotato di buon senso e di attaccamento al dovere d’ufficio, cercò di fermare la distruzione dei documenti pubblici da parte dei 16 seminatori d’odio di classe in una Domenica di aprile del 1877. La mistificazione della Storia di Letino (CE), Gallo Matese (CE) e San Lupo (BN) non deve giungere anche agli attuali ”cafoni” come verità unilaterale. Mio fratello vivente, tra lo scherzo e la preoccupazione fraterna, mi dice spesso: “Se vai  a Letino non andare da solo, là, quelli ti menano”. Se la sua preoccupazione è fondata significa che l’odio di classe che è anche odio verso chi la pensa diversamente, esiste ancora a Letino dopo circa un secolo e mezzo dalla scorribanda dei 16 armati del 1877. Già nel mio saggio: ”Letino tra mito, storia e ricordi”, Energie Culturali Contemporanee Editrice, Padova 2009, ribadii la estraneità della Storia locale dal fatto di cronaca della Banda del Matese del 1877. Alla presentazione del suddetto saggio a Letino, nel 2009, mancava, ad esempio, qualche persona, che parla, ancora, in nome del popolo letinese, che pare sia rimasto ingenuo e poco critico come nel 1877. Da parte di certa Sinistra ideologica è diffusa l’idea che chi non è di Sinistra non ha diritto di parola, soprattutto se scritta. Per loro deve restare solo la lapide municipale di epica storica -piccola ma evidente a Letino- che inneggia alla libertà dei popoli come pensavano, circa un secolo e mezzo fa, alcuni borghesi, nullafacenti e non locali. A San Lupo poi è stato scritto addirittura un libro d’epica storica sulla Banda del Matese con lapidi più costose di quella letinese. Su non pochi mass media, di pseudoSinistra e non solo campana, la Storia di Letino, Gallo Matese e San Lupo è riportata addirittura esemplare per tutto il resto d’Italia con inni anarchici sulla libertà e contro la tirannia…tipica idealità infantile o dell’infantilismo anarchico come riporta altra letteratura storica. A San Lupo poi, forse la maggiore disponibilità di soldi, permette ancora più pubblicità alla scorribanda sanguinaria del 1877 sul nostrano Matese. La Storia dei Comuni, soprattutto se di antichissima origine come Letino, è sempre ricca di aspetti sociali da esaminare per gli studiosi. Forse è povera della Grande Storia che si svolgeva e continua a svolgersi in modo eclatante lontano, ma ciò è comune a molte altre piccole comunità rurali, soprattutto se l’isolamento lo rafforzava anche se il digitale oggi lo riduce. A Letino non è più possibile esaminare obiettivamente la Storia dei secoli precedenti il 1877 poiché la violenza dei 16 estranei a quel mondo isolato dell’alto Matese, distrusse, per sempre, i documenti pubblici del passato letinese. Nello scrivere di Letino, ho dovuto rifarmi più al mito, tramandato oralmente dai vecchi letinesi, che alla storia vera per mancanza di documenti (stranamente poco conservati anche in parrocchia letinese). Ho trascurato di omaggiare ”adeguatamente” l’epica storica degli Anarchici alla Cafiero-Malatesta.Ciò mi pone come avversario ideale di altri miei compaesani, che continuano sul posto a tessere la trama di una storia ”nobile” intorno al moto sanguinario dei 16 anarchici del 1877, che per poco non uccisero chi non la pensava come loro, grazie all’intervento dei parroci letinese (Raffaele Fortini) e di Gallo Matese (Vincenzo Tamburro) che si adeguarono ai loro discorsi rivoluzionari, forse per proteggere il gregge di pastori ed agricoltori che custodivano lassù sull’isolata montagna? Eppure l’attuale prete a Letino, mette in bocca al suo collega di allora, R. Fortini:”Voi siete gli angeli del Signore per la giustizia di questi poveri sfruttati dai ricchi”. Se così avesse detto il prete letinese R. Fortini, del 1877, non sarebbe passato indenne dalla punizione episcopale, mentre oggi il Vescovo, dell’antichissima Diocesi alifana lascia correre e scorrere l’imperante cattocomunismo? Le idee però vanno difese se sono idee, viceversa no. Non riesco ad adeguarmi agli attuali sostenitori dei filo anarco-insurrezionalisti del Matese, preti compresi. Ma è bene, per il giovane lettore che si sta facendo l’idea in merito alla Banda del Matese, accennare al clima culturale connesso al Brigantaggio postunitario del Matese. Molti li chiamarono briganti e tanti li chiamarono partigiani. Ancora oggi la scelta di come appellare i protagonisti del fenomeno del brigantaggio postunitario nel nostrano Mezzogiorno non è facile. I figli del popolo, imborghesiti da certa cultura del Sessantotto (che parlava in nome del popolo, ma spesso era espressione di ceti abbienti borghesi) idoladrizza gli eroi del brigantaggio ed alcuni li santifica, come i 16 a Letino, Gallo M. e San Lupo, alzandoli  agli onori della Storia universale. Ma quale storia? Quella di Sinistra estrema ovviamente, che ha labili confini con l’anarchia e l’insurrezionalismo. Ma allora la verità dov’è? Quale Storia bisogna insegnare non solo a Letino, Gallo Matese e San Lupo per capire il prima, durante e dopo la società di questi 3 comuni che subirono la Banda del Matese del 1877? Non è difficile se si riesce a separare la cronaca dalla storia e tentare di essere onesti culturalmente. A Letino e a Gallo Matese nonché a San Lupo, avvennero solo dei fatti di cronaca di una particolare vicenda tutta legata ad una cultura non locale, ma estranea del tutto. La vicenda è quella del brigantaggio postunitario che vide tutto il Matese, montuoso, teatro di scorribande, spesso guidate da ex sottufficiali dell’esercito borbonico. Scritti in merito al brigantaggio matesino abbondano e a Pontelandolfo festeggiano i briganti ed accusano i militari che, per reazione, bruciarono il paese. Il fatto di cronaca anarco-insurrezionalista, avvenuto sul Matese nel 1877, invece, vede non poca parte dell’intellighenzia pseudo marxista matesina schierati a fare la Storia locale addirittura universale. Tale schiera di ingenui idealisti, parla e scrive sempre in nome del popolo sovrano, pur essendone non più parte da una o più generazioni. Spesso ignorano la Storia dell’evoluzione sociale della fine del 1800 con le encicliche papali e le leggi monarchiche che contemperano la crescente ascesa del potere del voto d’opinione delle città operaie rispetto alla tradizione ancora imperante in campagna, nel Mezzogiorno e sul Matese. Ma veniamo alla cronaca dei tre episodi della Banda del Matese. Ai primi di aprile del 1877, sul Matese orientale, a San Lupo, 16 armati, guidate da Carlo Cafiero ed Errico Malatesta, pregni di una cultura che propagandava la rivoluzione dell’utopia in nome della Rivoluzione Sociale, dichiararono decaduto il Re e l’autorità governativa nei due isolati paesetti di Letino e di Gallo Matese, nell’alta valle del piccolo fiume Lete il primo e del Sava il secondo, ai confini tra Molise e Campania. L’azione rivoluzionaria era già stata pianificata l’anno precedente, durante il III Congresso dell’Internazionale Socialista. La decisione forse risentiva dell’ideologia dell’Anarchico Michail Bakunin e in apparente contrarietà alle idee anticapitaliste e comuniste del tedesco C. Marx. Non a caso, ma anche l’inesperienza (memori della spedizione di Sapri) degli anarco-insurrezionalisti avevano scelto il tradizionale e più povero Mezzogiorno d’Italia, popolato da contadini, come luogo di una nuova azione rivoluzionaria propagandistica. Da Napoli i capi ideali della Banda del Matese, d’estrazione borghese, progettarono di iniziare la loro rivoluzione anarchica da San Lupo, comodo da giungervi con il treno. Si stabilì dapprima la data del 5 maggio, che fu poi anticipata di circa un mese, ma subito si munirono, senza grandi difficoltà che avrebbero avuto se fossero stati figli del più povero popolo, di armi, di fondi e di materiale necessario alla spedizione. A marzo 1877, E. Malatesta, tramite il Sindaco di San Lupo, aveva affittato un’abitazione con il pretesto di doverci trasferire la moglie di un signore inglese, residente a Napoli, malata grave, alla quale i medici avevano prescritto aria di montagna. La mattina del 3 aprile 1877, per un’ultima ricognizione, C. Cafiero, fingendo di essere inglese, accompagnato da una ragazza e da E. Malatesta, suo “segretario-interprete”, arrivava a San Lupo, visitava la “Taverna Jacobelli”, che gli parve adatta alla scopo e, dopo una passeggiata a cavallo nei boschi circostanti, la sera rientrava a Napoli. Lo stile era quello della medio-alta borghesia, non del popolo alla Masaniello, a me pare. Nei giorni seguenti, altri 15 seminatori di odio di classe, giungevano a San Lupo. La Questura di Napoli, a conoscenza dei fatti per l’opera delatrice di un locale, informava il Prefetto di Benevento affinché la mattina del 5 aprile procedesse all’irruzione nella Taverna Jacobelli e all’arresto dei congiurati. Il Prefetto non intervenne ma dispose, tramite i carabinieri, un servizio di vigilanza armata intorno la taverna. La sera del 5 aprile la situazione precipitò poiché i carabinieri di guardia, vedendo dei segnali luminosi partire dalla taverna, provarono ad avvicinarsi, ma subito si imbatterono in alcuni degli avventori accovacciati fuori dalla taverna stessa. Ne seguì un conflitto a fuoco nel quale due dei quattro carabinieri presenti furono feriti; uno morirà successivamente per le ferite riportate. Preoccupati di essere stati scoperti, temendo l’arrivo di altre forze dell’ordine più consistenti, i 16 avventori ideologizzati da Cafiero e Malatesta, presero di corsa la via di fuga verso il Matese più alto ed isolato. Non conoscendo bene i luoghi i rivoltosi vagarono un paio di giorni per le montagne fino a giungere a Letino passando prima per Pietraroja (BN), dove assoldarono una guida per la parlata da decifrare. Dunque questi borghesi non conoscevano il popolo che difendevano a chiacchiere e non ne capivano nemmeno la lingua, altro che espressione della volontà popolare? Domenica 8 aprile 1877, la banda, armata di fucili, entrò nell’isolato paesetto di Letino (che allora aveva poco meno di 1300 residenti con oltre il 90% di analfabeti). Spiegata al vento la bandiera rossa e nera, i 16 armati si diressero verso la piazza principale del paesetto, dov’era una taverna dalla quale espropriarono il vino rilasciando all’oste intimorito una fittizia ricevuta d’esproprio. Sembra proprio di assistere all’esproprio proletario che ha caratterizzato alcune città italiane negli anni Settanta del secolo scorso ed ancora caratterizza alcune rivolte in Venezuela, ecc.. Dal balcone del vicino Municipio di Letino, incendiarono le carte dell’archivio dello stato civile e del catasto e dichiararono decaduto il re Vittorio Emanuele II distruggendone il ritratto. Proclamarono la Rivoluzione Sociale, si fecero consegnare i fucili della disciolta guardia nazionale e li distribuirono al popolo. Al Segretario comunale che, non essendo indigeno e capiva l’importanza documentaria del catasto ecc. letinese e voleva tenere le utili carte al loro posto (altro che burocrate come scrivono i moderni anarco -insurrezionalisti casertani e beneventani- seminatori moderni di odio di classe diseducativo), fu rilasciata la seguente dichiarazione a firma di Malatesta, Cafiero e Ceccarelli: “Noi qui sottoscritti dichiariamo aver occupato il Municipio di Letino armata mano in nome della rivoluzione sociale, oggi 8 aprile 1877”. Dopo un breve discorso di Malatesta, seguito da un intervento del Parroco locale (favorevole agli insorti forse per tutelare il popolo da quegli scalmanati armati), la Banda, distrutti anche i contatori del mulino, si diresse al vicino paesetto di Gallo dove si ripeterono le medesime scene (Gallo Matese è sempre stato più popolato di Letino, ma adesso i gallesi sono meno dei letinesi anche per l’esproprio, dell’Enel per fare il lago, dell’unica pianura fertile, dove passava il Sava e c’erano anche le “starze”). Nei giorni successivi gli insorti provarono ad entrare in altri comuni della zona ma li trovarono già presidiati dalle forze dell’ordine. Credo che Roccamandolfi (IS) a solo poche ore di marcia da Letino, rientrasse nelle loro mire poiché quella comunità civile fu resa famosa dal brigantaggio e due capibanda roccolani uccisero delle guardie nazionali di presidio a Letino, dopo un processo sommario e in pubblica piazza davanti la chiesa di San Giovanni, Patrono dei letinesi. Ma torniamo a San Lupo e all’inizio dell’azione scellerata di Cafier e Malatesta ed altri 14. Il Governo, informato dal Prefetto di Caserta, aveva intanto già allertato ben dodicimila uomini. La sera dell’11 aprile, dopo aver sperimentato di sconfinare in Molise, affaticati da una lunga marcia, i 26 rivoluzionari furono arrestati, senza opporre alcuna resistenza, in una masseria di Letino, circa 2,5 km ad est. Risparmiati dalla fucilazione, grazie all’intervento di Silvia Pisacane, la figlia dell’eroe della spedizione di Sapri, che convinse il ministro degli interni Nicotera (su Nicotera qualche presunto storico alifano, ovviamente della Sinistra doc locale, pare stia tessendo una trama di storia locale e matesina da proporre al lettore di Sinistra) a farli giudicare da un tribunale ordinario, i 16 furono rinchiusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE) in attesa di giudizio. Durante la detenzione C. Cafiero, pubblicherà il primo libro del Capitale di Marx ricevendo dal medesimo autore i complimenti. Ecco dunque la loro religione: il marxismo, che però gli anarchici adattano a modo loro”! Ma veniamo alla cronaca storica per dire che dopo un primo rinvio a giudizio, agli inizi del 1878, in seguito all’amnistia emanata dal nuovo re Umberto I, i reati politici contestati agli insorti furono cancellati e gli imputati rinviati a giudizio solo per il ferimento e la morte del carabiniere. L’accusa, quindi, fu modificata da reato politico a reato comune e gli insorti furono rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Benevento con l’accusa di aver agito per“libidine di sangue”. Il processo, celebrato nel mese di agosto 1878 e molto seguito dalla stampa dell’epoca, rappresentò per gli imputati un’ottima opportunità per pubblicizzare l’ideologia anarco-insurrezionalista. Alla fine gli imputati furono dichiarati non colpevoli e messi in libertà. Fra una folla festante, accompagnati da circa 2000 persone, la Banda del Matese, dopo 16 mesi di carcerazione preventiva, fu liberata e in corteo, lasciò prima l’aula del tribunale e poi il carcere per recarsi a festeggiare in un’osteria di Benevento. Questa volta però non bevve gratis a spese del popolo letinese, ma si pagò il conto come fanno tutte le persone oneste in ogni tempo e luogo. Se si scrive di Storia è importante -direi obbligatorio- non seminare odio di classe che ne genera altro. La serenità del giudizio è essenziale sia pure con punti di vista diversi di chi scrive e di chi legge. Ma vediamone l’estrazione sociale ed altro di tali capi Banda del Matese del 1877 idolatrati dall’intellighenzia popolare matesina ed oltre. Errico Malatesta era nato nel 1853 a S. M. Capua Vetere da Lazzarina Rastoin e Federico, una coppia di ricchi proprietari terrieri. Il padre Federico, napoletano, aveva lì una fiorente fabbrica per la concia del cuoio. La madre di era figlia di un ricco commerciante di pelli di origine marsigliese. Errico Malatesta compì gli studi in un collegio di padri scolopi, quindi si iscrisse all’Università di Napoli, dove per soli 3 anni studiò medicina, senza mai laurearsi. Dunque un classico scansafatiche, come tanti ancora oggi che si candidano al Parlamento addirittura. In età giovanissima Errico Malatesta ebbe un debole per gli ideali repubblicani di G. Mazzini. Nel 1868 venne convocato dalla questura di Napoli a causa di una lettera di carattere sovversivo scritta a Vittorio Emanuele II; nel 1870 subì il primo di quella che sarebbe stata una lunga serie di arresti, a seguito di una sommossa organizzata da un circolo studentesco repubblicano dell’Università di Napoli. Carlo Cafiero, invece, nasce nel 1846 a Barletta da Ferdinando e Luigia Azzarini, famiglia di tendenza conservatrice appartenente alla ricca borghesia agraria pugliese. Un fratello di Carlo, Pietrantonio (1836-1911), sarà deputato in più di tre legislature. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Napoli, Cafiero entra in possesso di un grosso patrimonio in seguito alla morte del padre e si trasferisce a Firenze (allora capitale del Regno d’Italia), dove la famiglia vorrebbe avviarlo alla carriera diplomatica. Cafiero però pare più attratto dall’occultismo, etnologia, studio della civiltà orientali e inizia a girare per l’Europa. Nel 1870 è in Francia, ospite del pittore Giuseppe De Nittis, dopo si trasferisce a Londra, dove, dopo aver visto la penosa condizione in cui versa la classe operaia londinese, si “converte” al socialismo. A Londra incontra F. Engels e le sue idee marxiste. Engels lo invita a tornare in Italia per avversare l’opera di G. Mazzini e M. Bakunin nelle sezioni italiane dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Cafiero dunque era più colto di Malatesta (notevole è la sua bibliografia), ma anche con più soldi e con la stessa voglia di non lavorare mai, ma di parlare per i lavoratori, tipico di molti nostri politici soprattutto di Sinistra poiché gli altri parlano anche di altri ceti sociali non solo di uno e anche idealmente.

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