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Specialisti Ict ed esperti in programmazione economico-finanziaria: le professioni chiave del futuro

Le stime conclusive dell’Istat sul PIL italiano nel 2017 parlano di un tasso di crescita pari ad un +1,5%. Anche se leggermente inferiore rispetto alle previsioni più ottimistiche, questo dato conferma il rafforzamento della ripresa economica in Italia e un lento avvicinamento al PIL medio dell’Eurozona, in aumento del 2,4%.

Ai dati positivi sulla produzione industriale e sull’aumento dell’export, si aggiunge quello recentemente pubblicato da Infocamere e relativo alle nuove imprese nate nei primi 10 mesi dell’anno: ben 308mila.
Positiva anche la crescita delle compravendite di immobili (+1,5%) e stabile, invece, la previsione dei consumi natalizi, che quest’anno dovrebbero generare un giro di affari pari a circa 10 miliardi di euro.

Le notizie più interessanti, tuttavia, arrivano dal fronte dell’occupazione: crescono le possibilità offerte dal mondo del lavoro e nuove figure professionali iniziano a diffondersi in modo capillare anche all’interno delle PMI italiane, promettendo di apportare quei cambiamenti di cui le realtà produttive nazionali necessitano per mantenersi competitive nel mercato globale.

Lo scorso ottobre, il tasso di disoccupazione si manteneva stabile all’11,2%, ma comunque in calo rispetto allo stesso mese del 2016. Tra i trend più importanti del 2017, infatti, spiccano l’aumento degli occupati e la parallela diminuzione degli inattivi, ovvero di chi non è né impiegato in un’attività lavorativa, né in cerca.

Su scala annuale, il numero delle nuove assunzioni si attesta attorno alle 246mila unità.
Interessante soffermarsi sulla crescita esponenziale della domanda di due specifiche figure professionali: stando ai dati pubblicati dal portale Infojobs – confermati da uno studio coordinato di Confcommercio e Censis –, manager nel settore business e specialisti Ict si posizionano in cima alla classifica delle professionalità più richieste, conquistando, rispettivamente, il primo e il secondo posto nella classifica delle posizioni vacanti in Italia.

A dimostrazione del lacunoso rapporto tra mondo dell’istruzione e imprese italiane, mentre il tasso di disoccupazione degli under 35 si mantiene preoccupantemente elevato, le imprese faticano ad individuare figure in possesso delle competenze necessarie per un immediato ingresso in azienda.
Scegliere di proseguire la propria formazione specializzandosi in un settore interessato da una rapida espansione come quello delle consulenze aziendali, oggi più che mai, rappresenta senza dubbio il primo passo verso una brillante carriera.

Consulenti e professionisti che ricoprono ruoli dirigenziali all’interno delle imprese vantano numeri molto positivi sul fronte dell’occupazione: il report 2016 stilato da AlmaLaurea indica che una quota prossima all’80% dei dottori in discipline economiche risultano stabilmente occupati a tre anni dalla laurea magistrale, per di più con compensi medi che sfiorano i 1.400 euro netti al mese.
Particolare importanza sembrano rivestire i corsi di specializzazione post-laurea e di aggiornamento: sempre secondo i dati pubblicati da AlmaLaurea, quasi 3 laureati in scienze economiche su 4 scelgono di completare la propria formazione frequentando un master presso una Business School.

I piani di studio dei master in finanza e dei corsi in gestione di controllo – tra le specializzazioni più ricercate dalle imprese italiane – sono strutturati in modo tale da offrire allo studente gli strumenti per convertire le proprie conoscenze teoriche in metodologie operative e per supportare i professionisti nell’acquisizione di nuove competenze avanzate.
Interessante sottolineare come i master riservati a consulenti manageriali ed esperti in programmazione economico-finanziaria integrino ampiamente lo studio e l’utilizzo di software e risorse informatiche come strumenti di lavoro, a riprova della sempre più capillare penetrazione della digitalizzazione in qualunque ambito professionale.

Non a caso, subito in coda alle figure manageriali del settore Business, nella classifica delle professionalità più ricercate, spiccano tutti gli operatori del settore Ict, ovvero Information and Communication Tecnologies.
Con una crescita pari a più del 20%, il numero dei posti vacanti per professioni quali sviluppatore di applicazioni web, sviluppatore full stack e analista di sistemi avrebbe superato le 60.000 unità nel primo semestre del 2017, confermando un trend di crescita che non ha registrato rallentamenti nemmeno nel corso della crisi.

Le prospettive di occupazione per i dottori in discipline informatiche (ingegneria informatica e informatica in primis) risultano oggettivamente molto positive: la quota dei neolaureati che ad un anno dal conseguimento del titolo risultano già occupati ammonta a 4 su 5, mentre lo stipendio medio raggiunge i 1.500 euro netti.

D’altra parte, Digital transformation e Lavoro 4.0 sono già oggi tra i grandi motori che promettono nuovi importanti input per l’economia italiana (e non solo) e figure professionali fino a pochi anni fa del tutto sconosciute, come esperti in cloud computing e cyber-sicurezza, ma anche big data analyst e digital marketer, sono destinate ad entrare a far parte dell’organico di imprese di ogni settore, da quello industriale a quello terziario.

Il rapporto Getting skill right, recentemente pubblicato dall’Ocse, ha puntato il dito ancora una volta contro le scarse competenze operative dei giovani italiani e la parallela difficoltà delle PMI, spesso caratterizzate da una struttura di stampo familiare, nel selezionare il personale sulla base dei soli titoli di studio, da cui consegue l’intramontabile preferenza per il canale delle relazioni personali nella ricerca e selezione dei dipendenti.

Per garantire all’Italia crescita e sviluppo, è ormai imperativo un radicale cambio nell’approccio alla formazione in ogni ambito e livello, sul modello di quelle Business School che oggi operano come ponte tra mondo dell’istruzione e lavoro, spingendo su alfabetizzazione digitale e arricchimento delle soft skill.

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